Editoriali INFORMA VEGLIE

  EDITORIALE - gennaio 1994
  ED ORA TOCCA AI VEGLIESI - Ottobre 1994
  QUANDO LA NORMALITA’ E’ RIVOLUZIONE – Gennaio 1995
  AL GIRO DI BOA: IL CAMBIAMENTO DIFFICILE – Giugno 1995
  TRA REALTA’ E ATTESE – Dicembre 1995
  LO STRAPOTERE DEGLI APOLITICI – Aprile 1996
  IL SONNO DELLA RAGIONE – Giugno 1996
  RISORSE DI FIDUCIA - Dicembre 1996
  VOGLIA DI FARE E DI UTOPIA – Ottobre 1997
  COINVOLGIMENTO POPOLARE - Dicembre 1997
  UNA POLITICA COERENTE - Maggio 1998
  L’ENTE LOCALE PER UN’ECONOMIA DI GIUSTIZIA - Settembre 1998
  LE TRE FATICHE E IL CITTADINO ATTIVO - Marzo 1999
  INSIEME - Editoriale - gennaio 2001
  CAPACI DI FUTURO - Giugno 2002
  IL VENTO GIRA - Dicembre 2002

 

 

 

 

 

EDITORIALE - gennaio 1994

Nasce “Informa-Veglie” in un clima storico di crisi della democrazia rappresentativa, di rinascita del nazionalismo più becero, di ingovernabilità, di inquinamento, di corruzione, di violenza...
Il bimestrale vuole essere e proporre una possibile via d’uscita a questo clima cosi difficile, per il recupero della civiltà nel senso più pertinente ed etimologico: il recupero del concetto di cittadinanza, intesa come partecipazione attiva e diretta dei cittadini alla politica anche mediante l’informazione.
Perché l’informazione è:
POTERE: conta chi ha più soldi, beni, cose; ma oggi conta chi più sa, chi conosce, chi è informato.
Il cittadino è lontano dalla vita pubblica e amministrativa sia perché è tenuto lontano da regolamenti complicati, leggi complesse, norme per addetti ai lavori, sia soprattutto perché norme, regole e leggi sono rimaste strumenti per addetti ai lavori, chiave del potere nelle mani di pochi, dell’elite burocratica e politica.
“Informa-Veglie” è uno strumento per allargare il potere, per riportarlo nelle mani dei veri soggetti della politica che sono i cittadini e non i loro rappresentanti.
DOVERE: per il Comune l’informazione è condizione essenziale di trasparenza e limpidezza nella vita amministrativa. Per il cittadino e le organizzazioni sociali l’informazione è un sentiero percorribile per addentrarsi nei programmi, nelle iniziative, decisioni ed atti di particolare rilevanza della Giunta e del Consiglio Comunale consentendone l’utilizzazione.
Non basta che la casa sia di vetro, occorre che sia anche calpestabile e percorribile.
“Informa-Veglie” vuole essere uno strumento che stimola i cittadini a essere presenti, a dire la propria, a fare suggerimenti, a sentirsi protagonisti e non sudditi.
Un solo augurio per il giornale: non sia solo per i vegliesi ma anche e soprattutto dei vegliesi.

 

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ED ORA TOCCA AI VEGLIESI - Ottobre 1994

Siamo in una fase angosciante ma anche suggestiva della vita politica nazionale.
Angoscia per l’incertezza, la confusione, la grave crisi economica avvertita soprattutto al sud a
causa del forte numero di disoccupati e la scarsezza delle risorse disponibili dagli Enti Locali.
Suggestione per la libertà, gli spazi enormi che questa fase offre. Una fase in cui ognuno deve dimostrare di essere presente a se stesso, di penare fuori tutte le proprie energie, intelligenze e creatività. Quante volte queste qualità sono state soffocate, marginalizzate fino all’irrisione nel vecchio sistema. Non contava chi aveva idee ma chi si piegava di più. In qualche realtà conta ancora il più furbo, il più lecchino, suddito, vassallo. Non conta chi rischia di più.
Ora è possibile cambiare rotta!
Soprattutto il Sud ha bisogno di capire che il suo destino è solo nelle sue stesse mani.
Chi si affida ai “miracoli” ha deciso di non essere cittadino democratico.
Se i cittadini, gli operai, gli studenti, gli impiegati non fossero attivi sulla base di criteri che dipendono dalla libera scelta, giorno per giorno e momento per momento, Veglie morirebbe.
Una cultura amministrativa sana, corretta ed efficiente come vuole essere quella attuale di Veglie ha bisogno di incontrarsi con il bisogno di liberazione, di riscatto e di partecipazione non sempre visibile tra i vegliesi.
Sedici mesi fa c’è stato un cambiamento quasi totale degli Amministratori locali. Non basta.
Ora cambiare atteggiamento verso la cosa pubblica con più presenza attiva e fattiva, anche grazie alle Consulte, con più iniziativa ed inventiva, con più idee e proposte, tocca a tutti i cittadini di Veglie.

Antonio Greco

 

 

 

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QUANDO LA NORMALITA’ E’ RIVOLUZIONE – Gennaio 1995

Due sfide sono costantemente davanti a noi: quella del buon governo e quella di un coinvolgimento sociale dei cittadini. Entrambi fattori indispensabili per un vero processo di trasformazione di Veglie. Ci siamo gettati a capofitto nella prima sfida: il buon governo. Avere funzionari onesti, ridare efficienza alla pubblica amministrazione, eliminare sprechi e parassitismi: sono questi gli obiettivi che perseguiamo in silenzio, quotidianamente; facciamo un lavoro matto, e a volte, disperato, trasformandoci talvolta da amministratori a impiegati; usiamo la carota del rapporto umano, tollerante e comprensivo per motivare al lavoro e ottenere risultati apprezzabili, ma anche il bastone della norma con la fermezza dei richiami e delle censure. Ma che fatica!

Sia chiaro, 81 dipendenti non sono tutti uguali. Ce ne sono molti che lavorano e con impegno ed alto senso del dovere e della pubblica amministrazione. Grazie a costoro molte attività pubbliche si sono fatte con precisione e rigore. Ma il vero problema è l’area degli “irriducibili” (o meglio, area della “irriducibilità”): il vero problema è l’aver scelto di lavorare nella pubblica amministrazione per non lavorare, l’utilizzare il ruolo e il posto di lavoro per interessi personali e, soprattutto, il non aver il senso della funzione pubblica in cui si lavora considerando il Sindaco e gli Amministratori come controparte o padrone, possibilmente da cambiare quanto prima, anziché i cittadini al cui servizio si è stati assunti e da cui si viene pagati.

Per vincere questa sfida porremo in atto ogni strumento: la nuova pianta organica, la ristrutturazione e riqualificazione del personale secondo il nuovo contratto di lavoro, con le sue norme disciplinari e il trattamento economico, la mobilità interna ed anche la dovuta gratificazione economica; il giusto riconoscimento di chi lavora oltre il proprio dovere. Lo faremo con costanza e fermezza certi che la goccia scava la pietra. Non è in atto una contrapposizione tra il nostro dovere politico e quello burocratico (non si governa senza l’aiuto dei dipendenti comunali). Chiediamo che non solo non ci siano invadenze reciproche (sinora non ve ne sono state) ma che chi morde il freno si assuma anche le sue responsabilità.

La seconda sfida è importante quanto la prima, almeno per un’amministrazione progressista: il coinvolgimento sociale nel governo di un paese non solo è auspicabile ma anche indispensabile. Non ci basta mettere ordine, razionalizzare resistente, aggiustare i guasti di un certo modo di amministrare. Guardiamo ad un obiettivo più alto: cerchiamo un processo alternativo di città, di vita, di consumi, di lavoro, di tempo libero; vorremmo ripensare il nostro paese assumendo come parametro, per esempio, i bambini, perché possano uscire da soli da casa senza i pericoli esterni della velocità delle macchine che si sono impossessate delle strade, o, ancora per esempio, gli anziani, perché non siano troppo soli a causa di una vita pubblica interessata solo alla produzione e agli interessi economici. Ma anche per questa sfida, senza il coinvolgimento di tutti i cittadini e la loro partecipazione, i progetti svaniscono come i sogni. Non pensiamo solo alle forme di partecipazione nei partiti o alle consulte. Dal momento che è in crisi l’idea di affrontare globalmente i problemi e la cosiddetta “militanza”, pensiamo a forme più dirette, normali e quotidiane, individuali e di piccoli gruppi: per esempio, rispettare la legge e non chiedere nulla che non sia legale, organizzarsi per pulire una piazzetta, una strada, un asilo, una scuola ecc.

Aiuteranno queste forme “normali” a rivitalizzare la passione politica che a Veglie sembra appannaggio di pochi che l’hanno ridotta a pettegolezzo e a basso teatro con spettacoli che fanno più ridere che piangere? Lo spero.

Antonio Greco

 

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AL GIRO DI BOA: IL CAMBIAMENTO DIFFICILE – Giugno 1995

Il 16 giugnol995 l’Amministrazione Comunale di Veglie ha compiuto felicemente due anni e guarda con fiducia ai prossimi due.
Alle spalle ha n° 214 delibere di Consiglio e n° 1.800 delibere di Giunta Comunale, segno di tantissimo lavoro che troverete, in parte, sintetizzato in questo numero. Almeno nessuno potrà dire che questi amministratori se ne sono stati con le mani in mano. E questo, anche grazie all’impegno e alla collaborazione di molti dipendenti comunali.
Molte Amministrazioni nate il 6 giugno ‘93 sono durate poco più dello spazio di un mattino, altre sono in bilico o in crisi. Veglie fa eccezione. Pur in un mare di difficoltà e di ostacoli di ogni genere, creati da più parti, questa Amministrazione si è rivelata stabile, solida e non passeggera.

È superfluo ricordare che il biennio trascorso è stato, a dir poco, turbolento a livello nazionale. In due anni la geografia politica italiana è stata stravolta e la nuova cartina geografica dei partiti e delle forze politiche è ancora da scrivere. A Veglie abbiamo retto al caos politico, pur avendo affrontato due tornate elettorali (le elezioni politiche del 27-28 marzo ‘94 e le regionali e provinciali del 24 aprile ‘95); abbiamo retto alla sfida dei problemi amministrativi, annosi e irrisolti; abbiamo retto alle emergenze quotidiane, che tolgono respiro e prospettiva; soprattutto siamo sopravvissuti alla stanchezza e alla delusione di aver fatto tanto ma di aver spostato solo di qualche centimetro l’elefante amministrativo.

A ricordare la nascita di due anni fa, oggi possiamo affermare con più certezza che non fu dovuta solo ad un atto di stanchezza verso il vecchio sistema ma soprattutto a un allo di fiducia di 3555 vegliesi in una squadra dì uomini e donne che vincendo le votazioni tentano di vincere anche la sfida per un modo nuovo di far politica. E i conti oggi quadrano. Quell’atto di fiducia fu portatore di molte opere attese e sognate. A rileggere il programma elettorale di “Insieme per Veglie” potremmo dire che, in buona parte, è stato già realizzato.

Ma cosa manca perché a Veglie il cambiamento, anche se nel medio e lungo tempo, sia profondo?

Occorrono due cose: una dipende dal legislatore, l’altra dipende da noi politici e cittadini di Veglie.

Il legislatore deve completare la riforma iniziata con la legge n° 81 del ‘93 per dare la tanto invocata autonomia agli Enti Locali. La legge sulla elezione diretta ha dato più potere al Sindaco ma lo ha lasciato imbrigliato nei vecchi meccanismi di controllo; il Consiglio Comunale non ha ancora la piena cultura dell’indirizzo della vita amministrativa, la macchina burocratica è vecchia e arrugginita e con molta difficoltà si adegua al dovere di produttività del pubblico impiego e alla avviata unificazione normativa del lavoro pubblico a quello privato.

Da noi. invece, dipende il rapporto, che io chiamo “duale”, tra Comune e Cittadino. C’è un gran numero di Vegliesi per cui il Comune è come se non esistesse. Nemmeno per una carta di identità. Ma c’è di più: c’è una mentalità che si traduce in: “non sono mai venuto qui sopra....”, con tono di vanto! Cioè a dire, il Comune è di chi ne ha bisogno per campare mediante una licenza o un posto di lavoro, o per arricchirsi mediante un appalto o una concessione o per andare avanti mediante un sussidio o un assalto alla diligenza dei beni di tutti. Cioè a dire ancora, nel rapporto tra cittadino e Comune c’è chi è nel circuito e chi è fuori. Una struttura che ha 76 dipendenti, che ha un fatturato di 9 miliardi, che è la più grande azienda del paese, che ha lo scopo di erogare servizi per dar vita a comunità locali ordinate e civili, o allarga il circuito per far entrare tutti o è fallimentare. Questo rapporto “duale” deve finire. E se non finisce vuol dire che stiamo anche noi nelle vecchie logiche politiche. Perché non è che i politici del passato non hanno fatto niente o hanno fatto poco, in Italia e a Veglie. Hanno fatto, eccome! Ma non hanno fatto ciò che è utile a tutti i cittadini. Facevano ciò che rafforzava ed aumentava il loro potere, ecco tutto!

Allora vorremmo essere giudicati non solo per quello che abbiamo fatto o per quello che non abbiamo fatto o per quello che avremmo potuto fare meglio. Ciò che conta è il livello delle nostre “convinzioni” di ieri, intatto ancora oggi, dopo due anni di duro lavoro. In questo senso continuiamo a credere che cambiare si può, che il paese è sano e che va liberato soltanto da alcuni lupi rapaci e voraci, che la garanzia della legalità è la condizione indispensabile per un nuovo patto di fiducia tra cittadini e istituzione, che la fiducia nel Comune rinasce se c’è equità, corretta distribuzione delle risorse, pari opportunità per tutti, che in politica bisogna fare i conti con i pur necessari compromessi ma ogni compromesso per essere efficace e coerente deve poter essere reso pubblico. È la trasparenza che fa di una mediazione un passo in avanti condiviso e non una rinuncia, magari interessata, di ciò che si è, di ciò che si crede e di ciò che si vuole portare avanti.

Il cammino di chi crede in queste “illusioni” continua. La squadra è un po’ chiusa in se stessa: forse per la necessità di dover legittimare quotidianamente un potere che non tende a creare clientele e a farsi degli “amici” o forse per l’istinto a difendersi da una cultura opposta e da faccendieri intriganti e perfidi.

Sentiamo il sostegno, spesso tacito, di molti cittadini semplici e di molta parte del mondo femminile e giovanile, ma vorremmo che ci fossero accanto più compagni e compagne di viaggio.

Sentiamo le attese del volontariato cattolico e ci sforziamo di rispondere ma vorremmo che i volontari si sforzassero a correggere la cultura che considera le istituzioni pubbliche come longa manus del potere ecclesiastico o vacche da mungere per il loro gruppo o per il loro movimento.

Infine chi sembra stare ancora alla finestra, in attesa, è parte dei professionisti del mondo della medicina, della scuola e dei cosiddetti intellettuali: quel mondo moderato che tanto merito ha nella costruzione, con luci e ombre, del paese. Riteniamo che stare al di sopra delle parti o alla finestra è sempre rinunciare a compiti e responsabilità di cittadini solidali.

Ci impegniamo ad aprirci a professionisti esperti e qualificati ma soprattutto a chi vuoi lavorare nelle istituzioni con uno stile ed un metodo che metta al centro il bene di tutti e non quello di parte. Ciascuno con le proprie idee e il proprio punto di vista ma sulla stessa strada.

Da parte nostra ci siamo educati a non selezionare i compagni di viaggio, quando c’è dialogo e responsabilità reciproca.

Antonio Greco

 

 

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TRA REALTA’ E ATTESE – Dicembre 1995

Prosegue il cammino amministrativo con il suo carico di problemi quotidiani e con quello di più ampio respiro che segneranno in modo irreversibile la vita del nostro paese. Troverete in questo numero una sintesi del lavoro svolto in questi mesi. Non è una fotografia. Manca ciò che è stato preparato ma che non è ancora visibile e che si vedrà nel 1996. Alla retorica delle parole d’ordine come trasparenza, economicità, efficacia e solidarietà preferiamo i fatti e le cose da fare.
Sottolineo tre iniziative “simbolo”, già poste in essere da questa amministrazione, e che stanno tra la realtà e le attese, l’essere e il dover essere, il presente e il futuro, la concretezza e la speranza.

1) Informa-Giovani: qualcuno ha definito i giovani d’oggi “i figli della palude degli anni ‘80”. Non ha torto! Soprattutto al Sud le istituzioni sono lontane da loro e loro sono lontani dalle istituzioni. Quest’ultime non sono attrezzate per affrontare il mondo giovanile, complesso, articolato e difficile. So bene che a chi chiede lavoro non si può rispondere dando solo informazioni. Ma queste non sono da buttare, anzi! Informa-Giovani è uno strumento ma è anche un luogo di partecipazione e di protagonismo già per molti giovani vegliesi. Lo può essere ancora di più.

2) Un assessorato per le politiche degli anziani. Enormi risorse umane sono calpestate e ingessate alla periferia della vita pubblica vegliese in attesa della fine, con l’unica preoccupazione di non essere di peso e di fastidio per i figli, dopo aver speso una vita tutta per il lavoro e la famiglia.
Manchiamo di servizi ma anche di una cultura che consideri la sera della vita tempo di impegno sociale e politico e non tempo vuoto e di attesa.
Diamo agli anziani ma stimoliamoli anche a dare.

3) Un assessorato per lo sviluppo economico del paese e per la lotta alla disoccupazione.
Veglie è un paese vivace economicamente. Agricoltura, artigianato, commercio, piccola impresa, terziario finalizzano il lavoro e il profitto quasi sempre alla costruzione della casa e/o al risparmio in banca.
C’è poca cultura dello sviluppo economico e quindi della lotta alla disoccupazione.
Soprattutto i disoccupati (giovani e donne sole) del Sud gridano le distorsioni di una economia senza critici etici e senza elementi di solidarietà.

La disoccupazione è un pericolo per la democrazia.

L’Istituzione-Comune può far poco per risolvere questo problema ma quel poco che è di sua responsabilità deve farlo. Questo poco non può ridursi alle solite raccomandazioni a cui politici e amministratori relegano il loro ruolo per lenire il più grave dramma del Sud.

La perdita di qualsiasi rilevanza socio-economica della politica e della vita amministrativa rende i politici sempre più retorici e imbonitori del villaggio. Qualsiasi iniziativa politica (sia di maggioranza che di opposizione) che voglia davvero essere finalizzata al bene di tutti e al consolidamento del sistema democratico deve essere capace di misurarsi anzitutto con questa perdita di rilevanza della politica, con questo vuoto che si è aperto, al pari di una voragine, nelle coscienze dei singoli come nel nostro stare collettivo.

Se non possiamo nasconderci che in Italia la tradizione democratica è assai fragile non possiamo però tollerare che presso molti gruppi sociali la democrazia sia come un’automobile: sino a quando funziona bene e costa poco la si usa, se comincia a costare un po’ troppo, allora viene la tentazione di cambiarla con qualcos’altro.
La democrazia è un bene di tutti che va pagato da tutti.

L’appello è a ciascuno dei cittadini: anche per la disoccupazione bando alla fatalità e all’attesa di soluzioni dall’alto.

Antonio Greco

 

 

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LO STRAPOTERE DEGLI APOLITICI – Aprile 1996

“Io non mi intendo di politica”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, spesso pronunciata con un tono perentorio ed orgoglioso? Certo tra chi non sa assolutamente nulla di politica e chi è esperto si situa una vasta gamma di casi. Ma possiamo senz’altro dire che moltissimi elettori non leggono mai un articolo di argomento politico, sentono distrattamente qualche brandello di telegiornale, orecchiano qualche battuta dei loro pari. E con ciò si ritengono sapientissimi e sparano con sicurezza i soliti slogan; “Tutti ladri... non c’è da fidarsi dei politici”.

E sono proprio loro che condizionano pesantemente in senso negativo la vita politica italiana e anche vegliese. Lo dimostro.

Gli apolitici sono l’ago della bilancia dell’elettorato. Pronti a cambiare colore per il politico che appare più simpatico e grintoso, per lo slogan più accattivante e semplicistico, per l’ultima battuta e l’ultima bugia. Lo spostamento dei loro voti (o il passaggio dall’astensione al voto o viceversa) è quello che, specie col sistema maggioritario, è in grado di determinare le maggioranze parlamentari e le amministrazioni comunali.

I politici, consci di questo. sono costretti a disputarsi proprio i voti di coloro che sono facilmente influenzabili. Dunque devono parlare per loro, sorridere per loro, insultare per loro, promettere per loro, mentire per loro.

Tutti difendono a spada tratta la propria categoria: per esempio, gli impiegati all’interno del loro ufficio o categoria si sbranano tra loro ma all’esterno è difficile sentire sparlare di un impiegato dagli impiegati. I politici. invece, sono costretti ad inveire di continuo contro “la classe politica”. Nella speranza di strappare il voto dei signori apolitici, i politici sono costretti a denigrare la propria categoria, contribuendo così ad offrire dei politici un’immagine anche peggiore della realtà.
In tal modo si crea un circolo vizioso. Gli apolitici saranno sempre più convinti che “la politica è una cosa sporca”, visto che “anche i politici lo ammettono”; perciò si guarderanno bene dal cercare di uscire dalla loro presuntuosa ignoranza e... continueranno a votare i politici peggiori.

C’è però un modo democratico e non violento per opporci a questa degenerazione della democrazia: una sana amministrazione, un coinvolgimento dei cittadini nella vita politica e la scelta di politici che vivono solo una parte della loro vita (quattro od otto anni) per rendere la politica non solo interessante (= che soddisfa interessi) ma la più alta e la più nobile delle arti umane.

Con uno slogan direi: occorre passare dal “fare i politici” all’”essere politici”; cioè dal mestiere del politico all’agire politico diffuso e quotidiano.

Antonio Greco

 

 

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IL SONNO DELLA RAGIONE – Giugno 1996

Romualdo e Rosa: due delitti orrendi, simili per barbarie e diversi per modalità, moventi e reazioni.
Una Comunità, Veglie, sbattuta in prima pagina, scossa anche per i tempi ravvicinati in cui i due delitti sono accaduti (18 maggio e 1 giugno), reagisce interrogando, giudicando e lasciando al tempo di chiudere una ferita profonda per la sua vita comunitaria e la sua immagine.

Da Sindaco, oltre ad assicurare una gestione amministrativa della cosa pubblica che tenga lontano i violenti e sia essa stessa non-violenta nel rispetto della norma e della giustizia, ho chiesto al Prefetto che le forze investigative compiano con impegno pieno le indagini e facciano ogni sforzo perché siano assicurati alla giustizia i responsabili dei due atroci delitti.

Ai Carabinieri ed alla Polizia Municipale, oltre alla necessaria intesa per combattere la illegalità e il crimine, è stato chiesto un ulteriore sforzo per essere più visibili nel paese ed essere punto di riferimento di tanti cittadini inermi e indifesi.
Molto ancora potrà essere fatto nei settori delle politiche sociali e della prevenzione, oltre a quello che già si fa, con mezzi e personale non sempre adeguati.

I sociologi, in queste occasioni, chiamano in causa anche la scuola, la famiglia, le istituzioni religiose... Certamente sono interpellate da questi fatti e, soprattutto se si rinnovano e si raccordano, possono fare molto per fermare la violenza e la barbarie.
C’è un “ma” a cui, però, non voglio sfuggire. Letture e risposte istituzionali, pur doverose, non bastano.

Chi ha compiuto questi atti estremi non è verosimilmente un malato mentale o un folle e il suo o il loro gesto è un vero e proprio progetto violento. Non contano i motivi immediati, diretti, conta che una o più persone abbiano avuto la lucidità e la determinazione di commettere un determinato atto. Conta che di questi disgraziati omicidi nessuno abbia trovato una ragione (una sola!) per fermarsi e tornare indietro.

È il sonno più totale della ragione, strumento interiore indispensabile perché l’uomo ami la vita più che la morte. Ma al sonno della ragione si arriva con fatti di ordinaria follia; anche senza una pistola o senza uno strofinaccio per soffocare.

Non intendo scivolare verso un facile moralismo. Per i più giovani però vorrei far parlare un momento Marco Aurelio, importante filosofo, nato a Roma nel 121 d.C. e morto al campo di Vindobona (dove sorgerà Vienna) nel 180. È uno dei saggi dell’umanità che attraversano il tempo, una di quelle figure “adulte” da cui abbiamo da imparare tutti, ad ogni età della nostra vita. L’ultima sua opera conosciuta con il titolo Ricordi, ma in realtà intitolata “A se stesso”, comincia ricordando le persone verso cui ha debiti di gratitudine, per aver imparato da loro la gentilezza, la religiosità, la frugalità, l'avversione alla futilità e alla retorica, la capacità di perdonare le offese, l’abitudine a leggere con molta attenzione, l'umore costante nella buona sorte e nella sventura, la pazienza con i difetti altrui, l’amorevolezza, la calma, la condanna della tirannide, l’amore della casa, della verità e della giustizia, l’impulso alla beneficenza, la fiducia nel futuro e negli amici, anche durante le avversità e le malattie, la sincerità, il dominio di se stessi, il non dover avere mai fretta e il non perdere tempo, l’odio per la menzogna, la mitezza, l’indifferenza verso gli onori e la fama, la laboriosità, la prontezza ad accogliere i consigli, la modestia, il bastare a se stesso, la serenità, il disprezzo per le adulazioni, la libertà dalle comodità, la cordialità, una sobria cura del corpo, il riconoscere senza invidia le capacità e il valore altrui, la semplicità nel vestire, la fermezza nelle decisioni, l’astensione dall’esercizio violento del potere.

Ho riportato questo elenco incompleto delle virtù che Marco Aurelio riconosce nel padre, nella madre, nel fratello, nei nonni, nei suoi precettori, nei filosofi e negli adulti che ha conosciuto. Non è un elenco astratto ma personalizzato, incarnalo. Egli non dice di saper praticare tutte queste virtù, ma di aver tratto da questi esempi viventi degli insegnamenti assai utili per il suo compito di imperatore, perché hanno fatto sorgere in lui “il desiderio di un governo in cui la legge abbia vigore per tutti, un governo informato ad eguaglianza e libertà di parola, una monarchia capace di rispettare per suprema ragione la libertà dei sudditi” (I, 14).

Mi sono ricordato di questo antico saggio e l’ho voluto citare perché in queste pagine vedo la risposta più profonda ai fatti violenti di ieri, di oggi e di domani.

Non conosco altri modi per tenere desta la ragione e combattere la violenza al di fuori di un serio impegno culturale, a cui faccio spesso riferimento nel mio lavoro di Sindaco. Per formazione non mi appartiene il metodo della repressione e non credo che la violenza, anche quella legalizzata, possa combattere la violenza. Ma perché l'impegno culturale non sia frainteso, come teorico o astratto (capita spesso), vorrei ricordare alcuni saggi, persone vive e autori letti stimolatori di coscienza e di ragione con cui confrontarsi e a cui attingere.

In fretta (per non annoiare) elencherei qualche nome di questi saggi, alcuni dei quali in seguito anche criticati, altri rivisitati più volte e cresciuti in me con il tempo: Papini, Olgiati, Bemanos, Pascal, Socrate, Mounier, Lorenzo Milani. Erasmo da Rotterdam, Silone, Gandhi, Dosiocvskji, Tolstoj. Capitine Simone Weil, Emily Dikinson, Pastemak e tanti altri anche oscuri. Sono soltanto i primi nomi che si presentano alla memoria. Per non dire di Gesù Cristo e di gran parte della Bibbia, Dei viventi citerei soltanto Bobbio.

Una vita sociale sicura e non violenta trova la sua prima radice nelle virtù individuali che tengono vigile la ragione contro le forze del male esterno ed interno ali uomo.

La politica non ha il compito di interessarsi delle virtù individuali però non può non riconoscere e favorire la reazione e la lotta nei confronti di situazioni di morte che, essenzialmente avvengono su altri piani, che sono diversi da quello politico.

Per la morte di Romualdo e Rosa è stato detto “Fanno più rumore due alberi che cadono di una foresta che cresce”: può dirlo chiunque, anche un politico, a condizione che la sua esistenza e il suo agire politico facciano veramente crescere, almeno indirci lamento, la foresta della vita inferiore, sociale, culturale, politica ed economica di una comunità.

Antonio Greco


 

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RISORSE DI FIDUCIA - Dicembre 1996

La maggior parte dei cittadini di Veglie soffre i mali della politica di questo paese, ma sembra non chieda, almeno in forma esplicita, che essa cambi. Pensano che questo non sia più possibile, sono rassegnati. Alla politica, ridotta ad amministrazione pubblica, alcuni chiedono i mezzi per sopravvivere, altri più servizi per sopportare meglio il malessere del vivere insieme, altri ancora la lolla all’arroganza e alla prepotenza, tutti la difesa dei propri interessi e dei propri beni. In breve, chiedono che la vita in paese sia più “sopportabile”.

In questi due ultimi mesi stiamo raccogliendo qualche frutto dell’intenso e duro lavoro amministrativo di tre anni:

  • parte la zona artigianale: è stato approvato dal Consiglio Comunale il regolamento per l’assegnazione delle aree; in via Salice è stata espropriata una zona di mq. 23.561, è stata fatta gara per l’urbanizzazione dell’area e quanto prima saranno assegnale le zone;

  • sono state avviate le procedure per l’esproprio e l’urbanizzazione della zona di via Madonna dei Greci per l’edilizia economica e popolare (PEEP);

  • nei prossimi giorni si conoscerà il nominativo dell’impresa vincitrice dell’appalto concorso per la metanizzazione di tutto il paese;

  • è stata completata la sistemazione del secondo lotto di ampliamento del cimitero;

  • sono già cantierizzati i lavori per completare la struttura fieristica di via Salice (consegna prevista per metà marzo);
    - è finita la ristrutturazione del mercato coperto e sono a buon punto i lavori per la ristrutturazione dell'immobile di via IV Novembre;

  • parte a gennaio il progetto della Comunità Europea Youlhslart realizzato insieme con il Comune di Cerignola e l’Associazione Mediterranea di Bari;

  • è stato costituito il Consorzio “Nord-ovest Salente” tra i Comuni di Veglie, Salice, Campi Sal., Amesano, Porto Cesareo e Leverano per la costituzione di un G.A.L. (gruppo azione locale) che curi la stesura di un progetto esecutivo essendo stato già approvato quello di massima del P.O.P. “LEADER II” (richiesta alla CEE di 8 miliardi);

  • è stato realizzato interamente e con ampia partecipazione il progetto culturale MILLENNIO - autunno ‘96;

  • è stato avviato il servizio di trasporto urbano;

  • tante sono state le iniziative per una politica per/con gli anziani, i portatori di handicap e i ragazzi a rischio;

  • è stato assegnato il posto di Comandante di Polizia Municipale;

  • è stato firmato il contralto con l'impresa SVIC-INFORM di Lecce per l’informatizzazione del Comune;

  • sono state pulite le vore;

  • è stata sistemata la scuola materna Caro Lupo.

 

Bastano questi nuovi servizi per rendere Veglie più vivibile anche politicamente? Certamente no!
Perché la politica cambi occorrono due realtà:

  1. UN SOGNO DI FUTURO: non è un invito alla fuga o all’evasione dalla realtà. Il sogno di un paese più bello, più sano socialmente e più sicuro non è una fuga dalle fatiche quotidiane ma apertura di nuovi orizzonti. Il cambiamento di un paese appartiene a uomini e donne che non fuggono dalla realtà e nemmeno dalla politica, che non stanno insieme per far soldi o per il potere, che non si lamentano sempre o che vedono sempre nero; il cambiamento è di coloro che spingono i singoli a credere in un futuro comune, che aiutano gli individui ad associarsi, ad avere fiducia negli altri

  2. LA RISORSA DELLA FIDUCIA: va affermandosi sempre più il convincimento di fondo che resistenza di relazioni di fiducia tra le persone rappresenta un fattore centrale per il buon funzionamento dell’economia, della società e della politica. La fiducia è un bene dotalo anche di valore economico, nel senso più ampio, ma non è in se una mercé. Essa è in realtà un atteggiamento culturale, è la disponibilità a vedere che le promesse vengono mantenute e che i patti si rispettano anche quando non sono tutelati da un contratto o da una legge.
    Gli studiosi affermano che basso è il livello di sogno e di fiducia in Italia, bassissimo nel Sud. In un quadro così desolante. Veglie non fa eccezione.

Ma lasciatemi esprimere un’impressione: a Veglie non c’è politica perché non c’è un sogno di un futuro comune. Però nel campo della fiducia verso la Pubblica Amministrazione, pur tra limiti e lacune, qualcosa è cambiato. Ed io, Sindaco, pur accompagnato, come un’inseparabile fedelissima ombra, dalla sensazione di continua insufficienza rispetto agli arretrati di problemi e di attese accumulate, avverto questo senso nuovo di fiducia dei cittadini verso la casa comune. Spesso la ineludibile presa diretta con la realtà giornaliera, dura e drammatica, mi nasconde questa convinzione e mi lascia alla fatica di raccogliere i cocci della sconfitta senza attendere gratificazioni e riconoscimenti.

Mi aiuta a vincere la tentazione di dire: “basta con la fatica di fare il Sindaco!” non solo il dovere verso i cittadini che mi hanno eletto e la gratitudine verso i consiglieri di maggioranza e i tanti collaboratori che mi hanno aiutato ma soprattutto il privilegio dell’amicizia e della fiducia di tanti vegliesi.

Antonio Greco

 

 

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VOGLIA DI FARE E DI UTOPIA – Ottobre 1997

Ritorna InformaVeglie dopo dieci mesi densi di avvenimenti importanti per la vita amministrativa locale:

  • il 27 aprile, dopo una campagna elettorale sostanzialmente corretta, serena e partecipata, le seconde elezioni amministrative con il sistema maggioritario;

  • il 3 maggio, ad appena cinque giorni dalle elezioni, insediamento della giunta e del nuovo consiglio comunale;

  • il 15 maggio, approvazione da parte del Parlamento delle cosiddette leggi Bassanini.

Dall’intreccio di queste tre date nascono alcune annotazioni.

 

1. TRIONFA LA STABILITA' POLITICA
Per lunghi anni i funzionari dell’Ente comunale hanno rappresentato la continuità ma anche la cristallizzazione dei fenomeni e dei comportamenti nella gestione della cosa pubblica, che tende a ingessarsi e a rendersi impenetrabile al cambiamento. Con la instabilità politica il fenomeno si aggrava e, spesso, sono necessari eventi traumatici per rompere resistenze che la struttura comunale oppone trovando in se stessa la ragione del proprio essere e non avendo più legami sociali organici e prioritari.

I risultati del 27 aprile rappresentano per Veglie una inversione di tendenza: più stabilità di indirizzo e di orientamento politico verso fini più chiari e precisi e meno continuità gestionale improvvisata o, peggio, senza slancio e senza responsabilità da parte della burocrazia.

La legge Bassanini del 15 maggio ha rafforzato questa inversione di tendenza e ha offerto al Sindaco e alla Giunta più possibilità nell’esercizio del potere e del controllo. Stiamo lavorando per adeguare lo Statuto Comunale e i regolamenti alle nuove norme; ci stiamo attrezzando per rendere la macchina burocratica più idonea alle sfide nuove che vengono dalla società;
spenderemo energie per la formazione del personale. È un lavoro che non finisce mai. Tuttavia, se nei quattro anni passati, l’assillo prevalente degli amministratori e del Sindaco è stato quello di far funzionare il Comune, per il prossimo mandato amministrativo non può più esserlo: a ciascuno le sue responsabilità.

 

2. SI RAFFORZA LA VOGLIA DI “FARE”
II voto di molti vegliesi è stato espresso sulle tante cose fatte nella passata amministrazione. Non un solo settore della vita pubblica è stato trascurato: le opere pubbliche, le strutture partecipative ed informative, le iniziative culturali, i servizi sociali per i più deboli, lo sviluppo economico con particolare attenzione alla agricoltura ed all’artigianato, l’enorme attenzione ai problemi della vita amministrativa. Molti dei tanti progetti sono ancora “invisibili”.

Tutto è stato fatto con trasparenza, rigore etico e, soprattutto, “con gran rispetto” per il denaro di tutti. Sono stati fatti probabilmente anche errori e molto c’è ancora da fare. Ma i cittadini hanno capito che amministrare in modo corretto, senza interessi di parte, è una cosa possibile e di questo mondo.
Attivismo di persone che vogliono far vedere quanto sono brave o i primi risultati di un nuovo sistema politico bipolare inaugurato dalla Legge 81 del 1993?

Credo di più a questa seconda lettura.

Il bipolarismo obbliga a fare ed è materialmente e psicologicamente faticoso: costringe a stare o di qua o di là, obbliga a scegliere il ramo sul quale prendere posto, esclude quindi la possibilità di giocare contemporaneamente più partite e su più fronti. Com’era più facile, distensivo, rilassante il grande centro della Democrazia Cristiana. Certo neanche lì si poteva stare con le mani in mano, bisognava tenere tutti insieme, accontentare il bianco e il nero, strizzare l’occhio ora a destra ora a sinistra, si correva il rischio di diventare strabici a furia di voler tenere tutto sotto controllo. Ma quanto più rassicurante era stare al centro. Stare al centro voleva dire, ovviamente, non essere mai fuori del gioco della distribuzione di beni, servizi, poteri, posizioni, ecc. .Voleva dire far parte del grande, soporifero, buonsenso comune. Essere cioè sempre dalla parte della ragione. Il progetto sul che fare e dove andare? Stare al centro era il grande progetto, far venire e non andare verso il mondo, la strategia. Fermi come paracarri: a muoversi si corre il rischio di sbagliare direzione. Poi è venuta la stagione del bipolarismo. Io vinco tu perdi ( o viceversa), io sto di qua e tu stai di là. Ma questo comporta fatica, progettualità, chiarezza, coerenza, costanza, cultura politica. Che stress e che scarsa resa in termini di benefici in rapporto ai costi, soprattutto per i partiti.

Anche a Veglie, prima delle votazioni si sono fatti vivi i nostalgici del grande centro. Cari nostalgici, il centro è morto perché il futuro politico è bipolare e questo è fatica. Ne sanno qualcosa gli amici della vecchia squadra, a cui va il mio più sentito grazie per la fatica amministrativa sopportala per un grande amore al paese, e quelli della nuova che hanno già sperimentato, in questi primi mesi, il ritmo travolgente dei problemi e delle opere.

Un sistema bipolare e persone capaci e oneste fanno fare passi avanti verso una politica chiara, coerente, costante, culturalmente attrezzata e operativamente attiva.

 

3. BALBETTA L’UTOPIA E IL SOGNO

Alla società vegliese è bastato scegliere 21 amministratori per migliorare la qualità della convivenza sociale? A Veglie (in Italia) esiste una società civile?

Dopo la crisi dei partiti è fortemente avvertila l’esigenza di trovare nuove sorgenti di convivenza civile. Si tratta di identificarle dando voce a quella società particolare capace di civilizzazione che cerca affannosamente di affiorare in un Paese in cui dominano la delega, la tentazione della corruzione, il mercato truccato, meccanismi distorti nella identificazione e nella applicazione delle regole che governano la vita sociale, pubblica e privata. È quella società composta da uomini liberi e responsabili, uguali e solidali, che lavora in un silenzio operoso e cresce. È spesso timida o ha paura di affacciarsi alla vita amministrativo-politica e da questa è spesso ignorata. Questa società non nasce dalle istituzioni politiche, alle quali invece offre motivazioni e ragioni di legittimità democratiche, non nasce dal mercato; non coincide neppure con la sfera della famiglia.

Le elezioni del 27 aprile a Veglie hanno detto che questa società civile è ancora in germe: quanta fatica per trovare persone culturalmente preparate e disposte a sacrificare energie per il bene di tutti; quanta fatica a coinvolgere le donne e quanto irrilevante è stato il peso ad esse riservato dai risultati elettorali. Questa società civile può sbocciare o morire, come può essere fatta crescere ai margini di un sistema incapace di rinnovarsi.

Il sogno dei prossimi quattro anni di vita amministrativa è quello di riservare ad essa più spazio e più tempo ma anche quello che della vita pubblica essa sappia appropriarsi.

Antonio Greco



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COINVOLGIMENTO POPOLARE - Dicembre 1997

Traffico e parcheggi, casa e sfratti, crisi agricola e disoccupazione, insicurezza e disordine, sanità e ambiente, lavori pubblici e dissesto del territorio, scuole e servizi sociali, macchina amministrativa e contenzioso, tagli finanziari ed evasione fiscale... sono altrettanti massi che noi amministratori spingiamo in alto con fatica. Ciascuno dei quali tende a rotolare a valle non appena lo si abbandona per un attimo per seguirne altri non meno importanti come le problematiche giovanili, la formazione della classe dirigente del domani, l’attenzione alle pari opportunità, i rapporti con i paesi limitrofi.

... Insomma, amministrare è una grande, pesante, poderosa fatica. “Questo non è un lavoro, ma un martirio”, drammatizza Massimo Cacciari.

Alla gravità oggettiva dei problemi si aggiunge il carico legato alle aspettative che la quasi totalità dei cittadini ripone nel sindaco, eletto direttamente dal popolo, percepito come “ultima speranza” per il paese, “ultimo treno” per lo sviluppo ...ecc. Con un fenomeno curioso ma antico, teorizzato nel secolo scorso da Tocqueville.

Tocqueville nel suo noto viaggio in America, osserva che il miglioramento del governo locale eleva in maniera proporzionale le esigenze e le domande e conseguentemente l’insoddisfazione dei governanti, si che il miglioramento diviene causa di difficoltà per lo stesso governo che lo ha prodotto.

Questo paradosso può colpire anche Veglie. La gente ha visto che a Veglie si può combinare qualcosa di nuovo, che questo paese è in cammino ed è perciò diventata più esigente.

Perché queste osservazioni?

Non per bloccare (non è possibile!) le critiche, che sono “paradossalmente” un risultato di ciò che è stato fatto di buono a Veglie. Al contrario, per non essere lasciati soli in questa immane fatica e spingere alla partecipazione critica, informata e attiva.

La partecipazione dei singoli e dei gruppi alla vita amministrativa serve a raggiungere due obiettivi precisi:

  • superare le resistenze dovute alla contrapposizione dei pochi, rispetto alla maggior pane della popolazione, che vedono ogni iniziativa finalizzata al rinnovamento e cambiamento amministrativo per dare risposte nuove a problemi drammatici un fattore di instabilità della propria vita o un pericolo per la conservazione di interessi consolidati;

  • prepararsi a fronteggiare gli appetiti di gruppi di potere, piegati ma non vinti, e pronti di riprendersi in mano le sorti del paese e a vanificare anni di duri sforzi.

Lo Statuto Comunale di Veglie dedica a questo tema della partecipazione un intero titolo II che, pur modificato in qualche pane (ad esempio l’aggiunta della istituzione delle Consulte fatta nel 1994) è rimasto così come approvato nel 1990 e, tra l’altro, prevede la istituzione del referendum consultivo (ari 5 - 6), organismo di partecipazione che suscitò nel ‘90 generale consenso e generò grandi speranze. Si pensò fosse stato individuato lo strumento che avrebbe consentito la partecipazione della intera cittadinanza alla elaborazione delle grandi scelte. Era prevalente l’idea che nel governo della città, democrazia diretta e democrazia rappresentativa si sarebbero omologate agevolmente in un circuito virtuoso. Invece si dimenticarono i limiti di questo strumento ( i costi troppo alti, utilizzazione, dove e stato usato, in funzione di controllo sulle decisioni proprie di quello abrogativo e non in funzione propositiva). Con un ulteriore grave conseguenza: aver trascurato di pensare diversi, più innovativi e più poveri strumenti di coinvolgimento della popolazione.

Noi a Veglie “inventiamo” una “inchiesta pubblica” per sapere dai cittadini se la Festa Patronale di San Giovanni deve tenersi a giugno o ad agosto. È uno strumento non costoso e prepositivo.

Per coloro, e sono tanti, che pensano di aver conferito al Sindaco e a 20 Consiglieri il potere e la piena legittimazione alle scelte di governo per stare poi 4 anni alla finestra della indifferenza o del disinteresse della vita pubblica, l’ultima domenica di gennaio sarà un’occasione “nuova” per dire la propria e sentirsi cittadino “partecipe” di questo paese.

Antonio Greco


 

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UNA POLITICA COERENTE - Maggio 1998

Il bilancio annuale di previsione del 1998 è il primo del secondo mandato della lista “Insieme per Veglie” vincitrice delle votazioni del 27 aprile 1997.

Che cosa ha ricevuto il paese dai passati quattro anni di vita amministrativa, stagione così breve e intensa, eppure così durevole e stabile?

Ha ricevuto tutti gli strumenti di regolazione della vita collettiva,

  • la rideterminazione della Pianta Organica, con eliminazione definitiva del precariato e del rapporto di lavoro su convenzioni; la nomina di 5 figure apicali;

  • l’istituzione di sei settori, autonomi ma interdipendenti, della vita amministrativa;

  • l’adeguamento dello Statuto; n. 12 regolamenti; l’adeguamento di essi alla 127 del 15 maggio (in fase di completamento);

  • i servizi e le strutture legati, entrambi strettamente, ai bisogni del paese, ha ricevuto una organica politica di rilancio dello sviluppo produttivo e dell’occupazione mediante lo sviluppo dell’economia:
    Agricola: con studio per la realizzazione dell’accorpamento delle cooperative olearie; il progetto Leader II e Fondi FEOGA (Strade di campagna).
    Commerciale: con l’approvazione del nuovo piano di razionalizzazione della rete commerciale;
    Artigianale e industriale: con l’istituzione di fiere e l’assegnazione delle aree in zona P.I.P.; e una maggiore attenzione alle esigenze della popolazione.

Ha ricevuto una lunga serie di servizi:

  • tra i servizi alla persona; l’assistenza ai portatori di handicap, l’assistenza domiciliare; il trasporto urbano per gli alunni della Scuola Media oltre che per gli alunni delle elementari e delle materne; lo svolgimento del servizio di mensa scolastica sin dall’inizio dell’anno scolastico: miglioramento delle strutture scolastiche;

  • tra i servizi e strutture per l’informazione ai cittadini tutti: “l’Informa Veglie” (12 numeri); ai giovani il progetto “Informa”;

  • tra i servizi alla cultura e allo sport: lo svolgimento dell’iniziativa “Millennio”; l’avvio della realizzazione del Palazzetto dello Sport; la Nuova Biblioteca Comunale (in corso di realizzazione);

  • tra i servizi ai beni culturali; Restauro della Porta Nuova, il Convento Francescano e della Cripta della Favana (queste ultime due in corso di realizzazione);

  • tra i nuovi servizi alla collettività: la metanizzazione del Comune e la creazione di una squadra di pronto intervento per la manutenzione stradale e dei beni comunali.

È stata una politica di azioni coerenti per restituire un’autentica qualità della vita al paese, dalla raccolta differenziata al verde, alla sistemazione di piazze e strade.

Ma da questa esperienza amministrativa il paese non ha avuto solo un’attenzione efficace ai gravi problemi del lavoro, dello sviluppo e della qualità urbana. Ha ricevuto anche servizi e sollecitazioni all’irrobustimento della coesione sociale e, per la prima volta, l’elaborazione di politiche di prevenzione.

Infine ciò che conta e a cui teniamo di più è l’aver lasciato molto spazio al paese dei cittadini (pensiamo alle Consulte) che ha cominciato finalmente la lunga transizione verso un modello comunitario civile e, in questo senso specifico, non più feudale ma moderno.

Quattro anni non sono bastati però ad affrontare problemi che pesano come macigni sulla vita amministrativa e che rimangono ancora irrisolti, cito i più importanti:

  • il contenzioso con la SASPI e l’evasione fiscale;

  • i comparti bloccati, il problema del traffico, il randagismo canino;

  • le vertenze di varia natura, molte risolte, altre ancora sospese.

A questi si aggiungono i tanti bisogni, ricorrenti e sempre nuovi a cui non si finisce di dare risposta. Per quattro anni è stata una continua emergenza.

Si dice, però, che “asfaltare non è governare”. La sfida, infatti, è più ampia: governare con un’idea di città e nel contempo realizzare il massimo di efficacia amministrativa. Si governa pensando e si amministra correndo. Bisogna pensare senza smettere di correre.

Molte cose sono accadute dal 1993. Il Paese però è ancora in una fase di transizione la cui questione nevralgica non è solo quella delle regole e dei servizi ma del modello di democrazia, di struttura del potere, di forme della rappresentanza, di valori del patto di convivenza.
Il Bilancio di Previsione 1998 è sul crinale di questa transizione. Siamo obbligati a completare ciò che è stato avviato e riaprire, come nel 1993/1994, la stagione dei progetti.

Antonio Greco


 

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L’ENTE LOCALE PER UN’ECONOMIA DI GIUSTIZIA - Settembre 1998

La ripresa amministrativa autunnale pone gli amministratori davanti all’urgenza della predisposizione della bozza di bilancio per il 1999. Anche con il bilancio si costruisce un’economia di giustizia. Ma non solo. È il bilancio a dover seguire la politica per la costruzione di una comunità e non viceversa. Invece la tragedia è che non solo vengono prima i bilanci e le finanziarie ma la politica si fa solo con il bilancio e con la finanziaria.

Si affievolisce sempre più l’obbiettivo, il traguardo, l’orizzonte del cammino di una comunità nazionale e locale. Lo strumento tecnico si impossessa sempre più del contenuto e da mezzo diventa sempre più fine. Un ente locale che vuoi perseguire un’economia di giustizia non si limita a posizionare le poche o molte risorse nei bilanci possono dirsi più o meno giusti se più risorse vengono destinate ad Affari Sociali per i più deboli o i più poveri della comunità e meno, per esempio ad Opere Pubbliche.

Anche la politica dei due tempi, quella che prevede prima il risanamento di un bilancio e poi lo sviluppo, non serve a creare economia di giustizia perché il bilancio e il suo risanamento è un atto fondamentale ma non esaustivo di vita comunitaria sana.

La lotta all’evasione fiscale è un primo passo per un’economia di giustizia.

La prima Repubblica era fondata su un patto criminale fra governanti e popolo. Questo patto consentiva, in estrema sintesi, nell’accordo generale a non rispettare leggi e regole, o meglio, a sospenderne il rispetto in determinati casi o circostanze.

Nel caso dei governanti si trattava, per esempio, della disponibilità, concessa a certi gruppi sociali, di evasione fiscale generalizzata, oppure di benefici assistenziali elargiti al di fuori delle regole e controlli (false pensioni di invalidità) o ancora della generale scorrettezza nei concorsi per i posti di lavoro in certi settori della pubblica amministrazione (la pratica delle raccomandazioni). In cambio di queste piccole illegalità diffuse, ai governanti erano concesse le grandi illegalità: corruzione generalizzata del ceto politico, collusione con il crimine organizzato, immunità senza sanzioni.

Il patto criminale ha rette finché è durata la fase espansiva dell’economia mondiale del dopoguerra. Detto volgarmente, il patto è durato finché c’erano i soldi da spartire.

Da questo patto è nato il nesso fiscale: “evasori e tartassati” che ha fatto la fortuna di pochi furbi e generato l’aberrante logica che proprio chi produce più danno ai beni comuni è meno chiamato a risanarli e a riprodurli.

L’opera di risanamento e incremento dei beni collettivi sviluppa un’economia di giustizia.

I processi di modernizzazione e sviluppo di una comunità consumano grandi quantità di beni comuni (l’ambiente e il territorio, il patrimonio culturale e storico...) e di beni pubblici (la sicurezza e l’ordine, la certezza del diritto, le regole di convivenza...)

Questi beni non sono solo i beni fisici che si trovano in natura. Sono frutto di un lungo processo di accumulazione, di risparmio e di oculata costruzione. Dipendono da due fattori: dalla qualità degli assetti istituzionali e dalla qualità della classe dirigente (e non solo politica). Non è retorica se affermiamo che la grande tragedia degli italiani è tutta qui: consumiamo beni collettivi e non abbiamo mezzi per risarcirli e incrementarli. I consumi privati hanno degradato le nostre città e paesi; ora non abbiamo più risorse per il risanamento urbano e ambientale. Una vera economia di giustizia è quella che rompe il nesso che produce miseria pubblica e collettiva e intacca i mali di cui soffriamo, prima per aver speso male, ora per non poter più spendere per costruire questi beni per il futuro. Per Veglie che significa questo ragionamento?

  • Ci stiamo prendendo dai furbi, che non hanno pagato le tasse in questi anni, tutto quello che hanno sottratto alla collettività. E con gli interessi. Non una lira in più di tasse ma lotta ferma per l’evasione.

  • Veglie ha bisogno di difendere i suoi beni collettivi ma anche di essere più ricca di essi.

Lo sforzo è quello di saldare l’impegno per una cittadinanza attiva verso i beni di tutti, l’impegno per la sicurezza e l’ordine, per un suo sempre oculato e trasparente dei soldi pubblici con l’impegno e coraggio di tanti vegliesi che fanno l'impresa e attività che scommettono sul futuro. C’è una consapevolezza (mi auguro si estenda sempre più tra i vegliesi) ed è questa: la passività, l’attendere alla finestra per vedere cosa può accadere anche politicamente dopo questa esperienza amministrativa, con il fine delle vecchie rendite, può aprire la strada alla arroganza distruttiva di chi ha sempre pensato alla vita politica e amministrativa come saccheggio di beni collettivi per fini privati e familiari. Sono certo che questo non accadrà.

Antonio Greco

 

 

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LE TRE FATICHE E IL CITTADINO ATTIVO - Marzo 1999

IL PROSSIMO 27 APRILE SIAMO GIÀ' A DUE ANNI DI MANDATO AMMINISTRATIVO DALLE ELEZIONI COMUNALI DEL 1997 E A QUASI SEI ANNI DA QUELLE DEL 1993. ALMENO PER ME SINDACO. VI CONSEGNO ANNOTAZIONI PROVVISORIE, FRUTTO DI UNO STATO D'ANIMO PIÙ CHE DI ANALISI RIGOROSA ED OBIETTIVA SU DI UN PERIODO FATICOSO DELLA VITA AMMINISTRATIVA. NESSUNA CRISI O STANCHEZZA DIETRO L'ANGOLO. MA FATICA SI, TANTA!

LA FATICA PER LE TROPPE COSE MESSE IN CANTIERE

Opere pubbliche cantierizzate: Metanizzazione, Palazzetto dello Sport, Scuola Materna di Via Isonzo, Locali del Campo Sportivo Comunale, Zona P.T.P. di Via Salice. Zona P.E.E.P., di via Madonna dei Greci, Sistemazione idraulica (Via Pindemonte, Risparmio Energetico (ultimo lotto). Restauro Porta nuova, Recupero Cimitero francescano, Ipogeo di Largo San Vito, Cripta della Favana. Completamento esterno della Struttura Fieristica, Le iniziative per il verde pubblico, Le strade di campagna (900 milioni);

  • Opere pubbliche approvate e da cantierizzare: Circonvallazione, Adeguamento Scuola Media e A. Moro, Smaltimento amianto prefabbricato di Via D. Chiesa (scuole di plastica), Completamento l’ornatura nera e fogna bianca (17 miliardi). Strade di campagna (nuovo progetto);

  • Progetti da approvare: Adeguamento Piazza Ferrari., Strada di Piano per il collegameinto tra Via Novoli e Via Cariano, Rifacimento di via Pirandello, Piscina semiolimpionica;

  • Progettazioni da avviare: Centro polivalente e biblioteca comunale, zona P.I.P. di Via Bosco, Strada da aprire alle spalle del Campo Sportivo, Concorso di idee per sistemazione di Piazza Umberto I;

  • Urbanistica partecipata: Discussione sulla boza di variante generale al P.R.G. ;

  • Interventi nel sociale: Centro Informa. Centro Sociale di via Carmiano, Centro di Solidarietà, Progetto Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.). Progetto Legge 216 a favore di minori a rischio;

  • Interventi per lo sviluppo: Leader II, Sportello Unico per le imprese, Mercato Coperto;

  • Interventi per la tutela ambientale e pubblica:

    • smaltimento dei R.S.U. e raccolta differenziata

    • primo censimento della popolazione randagia canina

    • traffico e sicurezza pubblica:

  • Interventi sulla macchina amministrativa:

    • informatizzazione degli uffici

    • riduzione del contenzioso

    • Difensore civico

    • Ufficio relazioni con il Pubblico.

È solo un elenco superficiale e necessariamente approssimativo. Ogni punto dell’elenco richiede attenzione e sforzo. Sembra, ogni tanto, di essere sommersi e travolti dal nostro stesso “fare”.

LA FATICA PER UN PARADOSSO

Più aumenta la partecipazione delle masse alla vita sociale e il peso delle domande che queste rivolgono ai potere politico e più si complicano le procedure per gestire le istituzioni e le conoscenze indispensabili per dare risposte, con la conseguente necessità di restringere l’area e gli spazi della partecipazione politica. Questo paradosso porta spesso a pensare che più si è, meno si decide e meno si governa!

Il paradosso però si regge su un inganno: pensare che la politica è da restringere al solo processo di decisione, o l’inganno di pensare la governabilità come la possibilità di far funzionare le istituzioni e non la società. Si tratta quindi di rovesciare il ragionamento: senza potere dei cittadini non c’è possibilità di assicurare governabilità.

A Veglie c’è una partecipazione “sommersa”, non c’è ancora molta partecipazione “attiva”.

La cittadinanza “sommersa” e quella legata ad un sistema di automatismi o di controllo sociale che regola i rapporti tra singoli, gruppi, categorie, classi e organizzazioni e che rende possibile il funzionamento stesso della vita di un paese. Senza di essa non ci sarebbe possibilità di vita sociale ne di vita istituzionale.

Lì dove pero a questa non si accompagna anche una cittadinanza “attiva” la governabilità di un paese si riduce al potere di pochi ed è costretta ad occuparsi solo della patologia e dell’emergenza della vita sociale.

L’impegno è duplice: quello di far capire ai decisionisti che le Consulte servono, che servono le pre-Giunte, che è importante ricevere ed ascoltare i cittadini ogni giorno... ma anche quello di educare e spingere i cittadini ad una partecipazione attiva nella vita quotidiana (per es. rispetto delle regole del traffico, esercizio della raccolta differenziata, tutela dei diritti dei più deboli... ecc.). Con l’esercizio di un’autonoma soggettività politica che in negativo esclude l’interesse per la cosa pubblica solo per fini di parte o egoistici e, in positivo, promuove la coscienza che il Comune e la classe dirigente sono dopo e a servizio dei cittadini e della società e non viceversa.

LA FATICA PER LA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA
Il 27 aprile 1997 i vegliesi hanno scelto l4 rappresentanti per attuare un programma di vita amministrativa e 7 rappresentanti per il controllo di essa. Attraverso la forma tradizionale della rappresentanza: il partito. Questa forma ha sempre meno efficacia perché i rappresentati sono sempre più complessi e difficili da rappresentare e perché essi non conferiscono più ai propri delegati una pienezza di poteri. Tutto ciò può piacere o meno (ritengo che la forma partito non sia da demonizzare) ma è un fatto che non si può ignorare. Per amministrare un paese non e più sufficiente - come accadeva in passato - il consenso raccolto per via elettorale. Occorre, invece, ottenere il consenso attivo dei cittadini. Quest’ultimo non si esprime solo attraverso il voto, ma attraverso azioni o intenzionali astensioni grazie alle quali atti di amministrazione possono avere successo e ottenere gli effetti sperati.

Anche qui un duplice impegno: quello di un confronto dovuto con e tra i partiti locali che dal momento in cui producono l’eletto (o gli eletti) automaticamente affievoliscono o, in alcuni casi, annullano la presenza del cittadino sulla scena pubblica fino alla prossima elezione e l’impegno di organizzare, anche con forme nuove, il consenso attivo che, a differenza del consenso elettorale e tradizionale, accompagna il farsi quotidiano della politica.

La fatica per i limiti di una partecipazione attiva dei cittadini e quella per la crisi della rappresentanza politica sono più pesanti perché su questi temi il cambiamento è meno visibile e sembra cadere l’illusione che esso sia dietro l’angolo.

Per tutte tre le fatiche però il sostegno di tanti e l’incoraggiamento di molti vegliesi leniscono la durezza di questo tratto di cammino amministrativo. E la strada da percorrere è tanta.

Ma ad andare avanti spingono anche i risultati legati ad un enorme sforzo soggettivo ed a una straordinaria concentrazione di volontà di amministratori e di buona parte dell’apparato comunale.

Antonio Greco

 

 

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INSIEME

Editoriale - gennaio 2001

Riprendiamo il dialogo che non avremmo mai voluto interrompere, convinti della necessità di offrire ai cittadini di Veglie, attraverso questo foglio, un’analisi dei processi di trasformazione dell’economia del paese; una riflessione sui cambiamenti sociali in atto; un momento di discussione sulla crescita dei bisogni di una comunità post contadina; uno spazio per la circolazione delle idee attraverso il coinvolgimento dei giovani; un approfondimento del dibattito in corso sui grandi temi di carattere nazionale.

È una scelta che muove dalla volontà di non appiattirsi sulla denuncia di un’attività amministrativa che ci vede nel ruolo di minoranza. Certo non staremo a guardare come non siamo stati a guardare dinanzi agli stipendi degli assessori e dinanzi alla lottizzazione ed alla spartizione dei servizi e degli incarichi.

Non c’è l’intenzione di delegare il nostro ruolo di controllori nell’attività amministrativa, anche se tale ruolo viene sempre più ostacolato. Riteniamo però che sia necessario sostenere ed affiancare quest’attività ad altre, quali il leggere, il pensare, il riflettere ed il discutere: queste attività rappresentano un esercizio necessario alla formazione delle idee, che spesso non ci sono e vengono surrogate da luoghi comuni, da pregiudizi o ideologismi, che non favoriscono un confronto sereno delle diverse posizioni e non aiutano una società a crescere.

C’è una concezione dell’attività amministrativa come risoluzione dei problemi propri e degli amici che hanno sostenuto la campagna elettorale, ampiamente diffusa e tacitamente condivisa. Per quanti la pensano in questo modo l’urgenza di infrastrutture e di servizi ed il bisogno di strutture scolastiche efficienti e di garanzie sociali immediate possono attendere. Prevalgono i rapporti interpersonali. le simpatie, il comparaggio, come se questi fossero garanzia di dedizione, di competenza e di efficienza. E cosi scarsa la considerazione che si ha dell’attività amministrativa che chiunque raccolga voti - a qualsiasi titolo e con qualsiasi mezzo - è abilitato a gestire il denaro dei contribuenti.

Tuttavia riteniamo che ci sia altro nel paese: i giovani che studiano, le donne e gli uomini che sì impegnano per la crescita della loro famiglia e per l’azienda nella quale sono occupati, gli anziani che rappresentano la memoria storica di una comunità, i disabili che costituiscono una sfida alla capacità di integrazione sono tutti poco interessati alle vicende del “Palazzo” ma desiderosi di essere rappresentati nella paziente tessitura di una società sempre più complessa.

 

 

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CAPACI DI FUTURO - Giugno 2002
 

Due comitati di cittadini: uno contro il “canalone” e l’altro contro l’uso privatistico del Palazzetto dello Sport. Un forte movimento popolare nasce da un insieme di spinte: interessi da difendere, indignazione politica per amministratori superficiali e distratti, presa di coscienza che la politica non può essere lasciata a clan, a cordate, a consorterie, a camerieri che scambiano il proprio smoking con quello dei grandi attori, a politici da processo del lunedì.

Ha un futuro questa presa di coscienza popolare?

I movimenti nascono e durano se, oltre agli interessi, ci sono passione e condivisione di chi li sostiene e ti rinforza.

Non vogliamo mettere il cappello su movimenti popolari che oltre alla sinistra vegliese hanno coinvolto altre forze politiche per fermare le scelte devastanti del centro-destra di Carlà-Catamo.

Un centro-destra che in 26 mesi di vita amministrativa non ha completato un’opera pubblica, ha imposto i parcheggi a pagamento, ha sottratto il Palazzetto dello Sport ai cittadini, ha tentato di cingere Veglie con una inutile e faraonica trincea, ha litigato al suo interno, ha cacciato un vicesindaco. Aveva perso i numeri per poter amministrare ma li ha ricomprati. Pertanto, per ora, ha i numeri in consiglio comunale ma è minoranza nel paese.

La sinistra locale è conosciuta: è quella che ha amministrato il paese per sette anni, è quella della partecipazione e della circonvallazione, del coinvolgimento nella vita amministrativa di gruppi e associazioni e del metano, della progettualità e del recupero del Convento Francescano, è quella che non ha dimenticato che quando ha vinto nel 1993 è dipeso anche dal fatto che s’iniziava un viaggio all’insegna di nuove idee e non si era solo “partiti”. È quella che fa un’opposizione ferma, decisa e senza compromessi perché ha una visione del modo di amministrare opposta al centro-destra.

Il centro di questa sinistra è silente, preferisce non disturbare e non essere disturbato. Non ha nulla da dire a questo paese.

Eppure mai come ora per Veglie è necessario prevedere, anticipare, innovare, costruire e praticare concretamente scenari politici diversi dall’attuale.

A noi interessa tutto questo!

Ci interessa praticare una politica che non ha perso il gusto di voler rappresentare in primo luogo la parte sana del paese.

Ci interessa praticare una politica che si riempie di pezzi di vita normale, ci interessa ascoltare i discorsi che contengono un po’ di verità e un po’ di umana confusione, ci interessa sostenere le legittime imprecazioni della gente, che va al mercato tutti giorni, non ci interessa stare solo a chiedere il voto. Ci interessa praticare una politica che dia un futuro sostenibile a questo paese e non guardi ad esso con le lenti delle scadenze elettorali. Ci interessa praticare una politica che coinvolga tutti quei vogliosi che, pur per esperienza e pratica politica la più varia, hanno in testa l’idea che la politica non è una cosa sporca ma è capace di farti sperare di realizzare cose impossibili, se si ha un sogno da affidarle.

In sintesi, ci interessa praticare una politica, che abbia due obiettivi concreti e inscindibili:
governare e dare al paese una “nuova” classe politica.


Antonio Greco

 

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IL VENTO GIRA - Dicembre 2002

Mentre a livello nazionale la democrazia italiana fatica a reggere gli urti provocati da un centro-destra che affonda l’Italia, attraverso lo sfascio della giustizia e della Rai, il crollo dell'economia, l’aumento della disoccupazione, la “devolution”, la rabbia degli operai senza lavoro e gli attacchi al Presidente della Repubblica, a livello locale l’amministrazione Carlà (ormai in discesa) ha malinconicamente oltrepassato il giro di boa e con 32 mesi alle spalle guarda alla sua fine. CARLÀ COME PODESTÀ

A Veglie è nato un Carla Podestà, che con una strategia ben orchestrata si è sbarazzato dell’alleato “scomodo” (Sabato) e tiene al guinzaglio l’altro (Catamo), verbalmente violento e capace di fare solo opposizione (ma di esso ne farà a meno quanto prima!).

Con queste epurazioni il disegno politico di Carla è chiaro: avere una maggioranza di “signorsì” che non disturba il guidatore.

Questa situazione, prima di essere una questione politica che interessa gli equilibri interni delle forze che sostengono Carla, è una questione che deve preoccupare tutti i cittadini elettori, anche e soprattutto quelli di centro-destra, perché chi alleva un capo-podestà, a Roma come a Veglie, non solo si priva di intelligenze ed energie e si sottomette alle ambizioni di una sola persona, ma distrugge la stessa democrazia.

PARTECIPAZIONE SENZA DECISIONE

Promuovere la partecipazione che contrasta o incoraggia una decisione non è compito facile perché cozza contro un’antica abitudine alla delega: il cittadino preso dalle preoccupazioni personali lascia il bene collettivo nelle mani altrui, inconsapevole del proprio diritto-dovere di responsabilità sul destino comune.

D’altra parte, se la partecipazione che non viene ascoltata ha poco fascino, essere consultati senza poter influire sulle decisioni finali non incoraggia certo a partecipare.

È quanto è successo a Veglie: con enorme sforzo sono state promosse due petizioni popolari: una per bloccare il canalone (un progetto non voluto dalla popolazione), l’altra per far mettere ordine nella gestione del Palazzetto dello Sport. Si dirà che mettere una firma non è partecipare. Ma duemila firme esprimono un’ampia volontà popolare.

Invece con le forme più sottili e burocratiche le due petizioni sono state aggirate e boicottate dall’attuale maggioranza.

Questi segnali sono gravi e devono preoccupare tutti!

Perché quando duemila persone, interessate al modo con cui gli amministratori esercitano il loro potere devastante sul territorio, non vengono ascoltate la cosa diventa molto grave; boicottare la partecipazione e cacciare la volontà dei cittadini dalla casa comune è come saccheggiare un appartamento alla presenza del suo proprietario.

UNA POLITICA SENZA PASSIONE

Un’antica saggezza faceva dire che la ragione e la passione sono, per chi deve affrontare la navigazione, come il timone e la vela: senza il primo non si governerebbe la direzione, senza la seconda si rimarrebbe fermi.

La navigazione politica a Veglie è ferma. Ma è anche senza direzione. L’ambiente politico è bloccato dalle chiacchiere da bar, dal fare amministrativo ridotto a qualche strada asfaltata, dalle lamentele qualunquistiche, dai veleni intriganti che nulla hanno a che fare con la passione politica... Non un dibattito, non un incontro sui grandi temi, non un obiettivo futuro, non una sola prospettiva per il domani di tutti.
Si sentono voci di gruppi e personaggi che si preparano alle prossime votazioni amministrative, ma con il solito metodo; rafforzare la clientela, accaparrarsi il consenso occupando mozziconi di partiti e strutture di aggregazione della società civile, fare alleanze impossibili. Con quale scopo? Rimanere in sella o disarcionare il podestà e sostituirlo con un altro, diverso solo per nome e cognome? Invece occorre lasciare spazio a donne e giovani interessati alle sorti di un paese allo sbando. Se tutte le forze (debolezze?!) politiche, sociali e religiose del paese, se lutti i cittadini, di qualsiasi colore politico, si preoccupassero delle suddette questioni che sono il senso vero da dare all’impegno politico, forse un vento nuovo potrebbe spazzare via l’afa dell’attuale palude amministrativa e rinvigorire il futuro della nostra democrazia locale.

Antonio Greco
 

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