Editoriali INFORMA VEGLIE
EDITORIALE - gennaio 1994
Nasce “Informa-Veglie” in un clima storico di crisi
della democrazia rappresentativa, di rinascita del nazionalismo più
becero, di ingovernabilità, di inquinamento, di corruzione, di
violenza...
Il bimestrale vuole essere e proporre una possibile via d’uscita a
questo clima cosi difficile, per il recupero della civiltà nel senso
più pertinente ed etimologico: il recupero del concetto di
cittadinanza, intesa come partecipazione attiva e diretta dei
cittadini alla politica anche mediante l’informazione.
Perché l’informazione è:
POTERE: conta chi ha più soldi, beni, cose; ma oggi conta chi più
sa, chi conosce, chi è informato.
Il cittadino è lontano dalla vita pubblica e amministrativa sia
perché è tenuto lontano da regolamenti complicati, leggi complesse,
norme per addetti ai lavori, sia soprattutto perché norme, regole e
leggi sono rimaste strumenti per addetti ai lavori, chiave del
potere nelle mani di pochi, dell’elite burocratica e politica.
“Informa-Veglie” è uno strumento per allargare il potere, per
riportarlo nelle mani dei veri soggetti della politica che sono i
cittadini e non i loro rappresentanti.
DOVERE: per il Comune l’informazione è condizione essenziale di
trasparenza e limpidezza nella vita amministrativa. Per il cittadino
e le organizzazioni sociali l’informazione è un sentiero
percorribile per addentrarsi nei programmi, nelle iniziative,
decisioni ed atti di particolare rilevanza della Giunta e del
Consiglio Comunale consentendone l’utilizzazione.
Non basta che la casa sia di vetro, occorre che sia anche
calpestabile e percorribile.
“Informa-Veglie” vuole essere uno strumento che stimola i cittadini
a essere presenti, a dire la propria, a fare suggerimenti, a
sentirsi protagonisti e non sudditi.
Un solo augurio per il giornale: non sia solo per i vegliesi ma
anche e soprattutto dei vegliesi.
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ED ORA TOCCA AI VEGLIESI -
Ottobre 1994
Siamo in una fase angosciante ma anche suggestiva
della vita politica nazionale.
Angoscia per l’incertezza, la confusione, la grave crisi economica
avvertita soprattutto al sud a
causa del forte numero di disoccupati e la scarsezza delle risorse
disponibili dagli Enti Locali.
Suggestione per la libertà, gli spazi enormi che questa fase offre.
Una fase in cui ognuno deve dimostrare di essere presente a se
stesso, di penare fuori tutte le proprie energie, intelligenze e
creatività. Quante volte queste qualità sono state soffocate,
marginalizzate fino all’irrisione nel vecchio sistema. Non contava
chi aveva idee ma chi si piegava di più. In qualche realtà conta
ancora il più furbo, il più lecchino, suddito, vassallo. Non conta
chi rischia di più.
Ora è possibile cambiare rotta!
Soprattutto il Sud ha bisogno di capire che il suo destino è solo
nelle sue stesse mani.
Chi si affida ai “miracoli” ha deciso di non essere cittadino
democratico.
Se i cittadini, gli operai, gli studenti, gli impiegati non fossero
attivi sulla base di criteri che dipendono dalla libera scelta,
giorno per giorno e momento per momento, Veglie morirebbe.
Una cultura amministrativa sana, corretta ed efficiente come vuole
essere quella attuale di Veglie ha bisogno di incontrarsi con il
bisogno di liberazione, di riscatto e di partecipazione non sempre
visibile tra i vegliesi.
Sedici mesi fa c’è stato un cambiamento quasi totale degli
Amministratori locali. Non basta.
Ora cambiare atteggiamento verso la cosa pubblica con più presenza
attiva e fattiva, anche grazie alle Consulte, con più iniziativa ed
inventiva, con più idee e proposte, tocca a tutti i cittadini di
Veglie.
Antonio Greco
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QUANDO LA NORMALITA’ E’
RIVOLUZIONE – Gennaio 1995
Due sfide sono costantemente davanti a noi: quella
del buon governo e quella di un coinvolgimento sociale dei
cittadini. Entrambi fattori indispensabili per un vero processo di
trasformazione di Veglie. Ci siamo gettati a capofitto nella prima
sfida: il buon governo. Avere funzionari onesti, ridare efficienza
alla pubblica amministrazione, eliminare sprechi e parassitismi:
sono questi gli obiettivi che perseguiamo in silenzio,
quotidianamente; facciamo un lavoro matto, e a volte, disperato,
trasformandoci talvolta da amministratori a impiegati; usiamo la
carota del rapporto umano, tollerante e comprensivo per motivare al
lavoro e ottenere risultati apprezzabili, ma anche il bastone della
norma con la fermezza dei richiami e delle censure. Ma che fatica!
Sia chiaro, 81 dipendenti non sono tutti uguali. Ce
ne sono molti che lavorano e con impegno ed alto senso del dovere e
della pubblica amministrazione. Grazie a costoro molte attività
pubbliche si sono fatte con precisione e rigore. Ma il vero problema
è l’area degli “irriducibili” (o meglio, area della
“irriducibilità”): il vero problema è l’aver scelto di lavorare
nella pubblica amministrazione per non lavorare, l’utilizzare il
ruolo e il posto di lavoro per interessi personali e, soprattutto,
il non aver il senso della funzione pubblica in cui si lavora
considerando il Sindaco e gli Amministratori come controparte o
padrone, possibilmente da cambiare quanto prima, anziché i cittadini
al cui servizio si è stati assunti e da cui si viene pagati.
Per vincere questa sfida porremo in atto ogni
strumento: la nuova pianta organica, la ristrutturazione e
riqualificazione del personale secondo il nuovo contratto di lavoro,
con le sue norme disciplinari e il trattamento economico, la
mobilità interna ed anche la dovuta gratificazione economica; il
giusto riconoscimento di chi lavora oltre il proprio dovere. Lo
faremo con costanza e fermezza certi che la goccia scava la pietra.
Non è in atto una contrapposizione tra il nostro dovere politico e
quello burocratico (non si governa senza l’aiuto dei dipendenti
comunali). Chiediamo che non solo non ci siano invadenze reciproche
(sinora non ve ne sono state) ma che chi morde il freno si assuma
anche le sue responsabilità.
La seconda sfida è importante quanto la prima,
almeno per un’amministrazione progressista: il coinvolgimento
sociale nel governo di un paese non solo è auspicabile ma anche
indispensabile. Non ci basta mettere ordine, razionalizzare
resistente, aggiustare i guasti di un certo modo di amministrare.
Guardiamo ad un obiettivo più alto: cerchiamo un processo
alternativo di città, di vita, di consumi, di lavoro, di tempo
libero; vorremmo ripensare il nostro paese assumendo come parametro,
per esempio, i bambini, perché possano uscire da soli da casa senza
i pericoli esterni della velocità delle macchine che si sono
impossessate delle strade, o, ancora per esempio, gli anziani,
perché non siano troppo soli a causa di una vita pubblica
interessata solo alla produzione e agli interessi economici. Ma
anche per questa sfida, senza il coinvolgimento di tutti i cittadini
e la loro partecipazione, i progetti svaniscono come i sogni. Non
pensiamo solo alle forme di partecipazione nei partiti o alle
consulte. Dal momento che è in crisi l’idea di affrontare
globalmente i problemi e la cosiddetta “militanza”, pensiamo a forme
più dirette, normali e quotidiane, individuali e di piccoli gruppi:
per esempio, rispettare la legge e non chiedere nulla che non sia
legale, organizzarsi per pulire una piazzetta, una strada, un asilo,
una scuola ecc.
Aiuteranno queste forme “normali” a rivitalizzare
la passione politica che a Veglie sembra appannaggio di pochi che
l’hanno ridotta a pettegolezzo e a basso teatro con spettacoli che
fanno più ridere che piangere? Lo spero.
Antonio Greco
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AL GIRO DI BOA: IL CAMBIAMENTO
DIFFICILE – Giugno 1995
Il 16 giugnol995 l’Amministrazione Comunale di
Veglie ha compiuto felicemente due anni e guarda con fiducia ai
prossimi due.
Alle spalle ha n° 214 delibere di Consiglio e n° 1.800 delibere di
Giunta Comunale, segno di tantissimo lavoro che troverete, in parte,
sintetizzato in questo numero. Almeno nessuno potrà dire che questi
amministratori se ne sono stati con le mani in mano. E questo, anche
grazie all’impegno e alla collaborazione di molti dipendenti
comunali.
Molte Amministrazioni nate il 6 giugno ‘93 sono durate poco più
dello spazio di un mattino, altre sono in bilico o in crisi. Veglie
fa eccezione. Pur in un mare di difficoltà e di ostacoli di ogni
genere, creati da più parti, questa Amministrazione si è rivelata
stabile, solida e non passeggera.
È superfluo ricordare che il biennio trascorso è
stato, a dir poco, turbolento a livello nazionale. In due anni la
geografia politica italiana è stata stravolta e la nuova cartina
geografica dei partiti e delle forze politiche è ancora da scrivere.
A Veglie abbiamo retto al caos politico, pur avendo affrontato due
tornate elettorali (le elezioni politiche del 27-28 marzo ‘94 e le
regionali e provinciali del 24 aprile ‘95); abbiamo retto alla sfida
dei problemi amministrativi, annosi e irrisolti; abbiamo retto alle
emergenze quotidiane, che tolgono respiro e prospettiva; soprattutto
siamo sopravvissuti alla stanchezza e alla delusione di aver fatto
tanto ma di aver spostato solo di qualche centimetro l’elefante
amministrativo.
A ricordare la nascita di due anni fa, oggi
possiamo affermare con più certezza che non fu dovuta solo ad un
atto di stanchezza verso il vecchio sistema ma soprattutto a un allo
di fiducia di 3555 vegliesi in una squadra dì uomini e donne che
vincendo le votazioni tentano di vincere anche la sfida per un modo
nuovo di far politica. E i conti oggi quadrano. Quell’atto di
fiducia fu portatore di molte opere attese e sognate. A rileggere il
programma elettorale di “Insieme per Veglie” potremmo dire che, in
buona parte, è stato già realizzato.
Ma cosa manca perché a Veglie il cambiamento, anche
se nel medio e lungo tempo, sia profondo?
Occorrono due cose: una dipende dal legislatore,
l’altra dipende da noi politici e cittadini di Veglie.
Il legislatore deve completare la riforma iniziata
con la legge n° 81 del ‘93 per dare la tanto invocata autonomia agli
Enti Locali. La legge sulla elezione diretta ha dato più potere al
Sindaco ma lo ha lasciato imbrigliato nei vecchi meccanismi di
controllo; il Consiglio Comunale non ha ancora la piena cultura
dell’indirizzo della vita amministrativa, la macchina burocratica è
vecchia e arrugginita e con molta difficoltà si adegua al dovere di
produttività del pubblico impiego e alla avviata unificazione
normativa del lavoro pubblico a quello privato.
Da noi. invece, dipende il rapporto, che io chiamo
“duale”, tra Comune e Cittadino. C’è un gran numero di Vegliesi per
cui il Comune è come se non esistesse. Nemmeno per una carta di
identità. Ma c’è di più: c’è una mentalità che si traduce in: “non
sono mai venuto qui sopra....”, con tono di vanto! Cioè a dire, il
Comune è di chi ne ha bisogno per campare mediante una licenza o un
posto di lavoro, o per arricchirsi mediante un appalto o una
concessione o per andare avanti mediante un sussidio o un assalto
alla diligenza dei beni di tutti. Cioè a dire ancora, nel rapporto
tra cittadino e Comune c’è chi è nel circuito e chi è fuori. Una
struttura che ha 76 dipendenti, che ha un fatturato di 9 miliardi,
che è la più grande azienda del paese, che ha lo scopo di erogare
servizi per dar vita a comunità locali ordinate e civili, o allarga
il circuito per far entrare tutti o è fallimentare. Questo rapporto
“duale” deve finire. E se non finisce vuol dire che stiamo anche noi
nelle vecchie logiche politiche. Perché non è che i politici del
passato non hanno fatto niente o hanno fatto poco, in Italia e a
Veglie. Hanno fatto, eccome! Ma non hanno fatto ciò che è utile a
tutti i cittadini. Facevano ciò che rafforzava ed aumentava il loro
potere, ecco tutto!
Allora vorremmo essere giudicati non solo per
quello che abbiamo fatto o per quello che non abbiamo fatto o per
quello che avremmo potuto fare meglio. Ciò che conta è il livello
delle nostre “convinzioni” di ieri, intatto ancora oggi, dopo due
anni di duro lavoro. In questo senso continuiamo a credere che
cambiare si può, che il paese è sano e che va liberato soltanto da
alcuni lupi rapaci e voraci, che la garanzia della legalità è la
condizione indispensabile per un nuovo patto di fiducia tra
cittadini e istituzione, che la fiducia nel Comune rinasce se c’è
equità, corretta distribuzione delle risorse, pari opportunità per
tutti, che in politica bisogna fare i conti con i pur necessari
compromessi ma ogni compromesso per essere efficace e coerente deve
poter essere reso pubblico. È la trasparenza che fa di una
mediazione un passo in avanti condiviso e non una rinuncia, magari
interessata, di ciò che si è, di ciò che si crede e di ciò che si
vuole portare avanti.
Il cammino di chi crede in queste “illusioni”
continua. La squadra è un po’ chiusa in se stessa: forse per la
necessità di dover legittimare quotidianamente un potere che non
tende a creare clientele e a farsi degli “amici” o forse per
l’istinto a difendersi da una cultura opposta e da faccendieri
intriganti e perfidi.
Sentiamo il sostegno, spesso tacito, di molti
cittadini semplici e di molta parte del mondo femminile e giovanile,
ma vorremmo che ci fossero accanto più compagni e compagne di
viaggio.
Sentiamo le attese del volontariato cattolico e ci
sforziamo di rispondere ma vorremmo che i volontari si sforzassero a
correggere la cultura che considera le istituzioni pubbliche come
longa manus del potere ecclesiastico o vacche da mungere per il loro
gruppo o per il loro movimento.
Infine chi sembra stare ancora alla finestra, in
attesa, è parte dei professionisti del mondo della medicina, della
scuola e dei cosiddetti intellettuali: quel mondo moderato che tanto
merito ha nella costruzione, con luci e ombre, del paese. Riteniamo
che stare al di sopra delle parti o alla finestra è sempre
rinunciare a compiti e responsabilità di cittadini solidali.
Ci impegniamo ad aprirci a professionisti esperti e
qualificati ma soprattutto a chi vuoi lavorare nelle istituzioni con
uno stile ed un metodo che metta al centro il bene di tutti e non
quello di parte. Ciascuno con le proprie idee e il proprio punto di
vista ma sulla stessa strada.
Da parte nostra ci siamo educati a non selezionare
i compagni di viaggio, quando c’è dialogo e responsabilità
reciproca.
Antonio Greco
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TRA REALTA’ E ATTESE – Dicembre
1995
Prosegue il cammino amministrativo con il suo
carico di problemi quotidiani e con quello di più ampio respiro che
segneranno in modo irreversibile la vita del nostro paese. Troverete
in questo numero una sintesi del lavoro svolto in questi mesi. Non è
una fotografia. Manca ciò che è stato preparato ma che non è ancora
visibile e che si vedrà nel 1996. Alla retorica delle parole
d’ordine come trasparenza, economicità, efficacia e solidarietà
preferiamo i fatti e le cose da fare.
Sottolineo tre iniziative “simbolo”, già poste in essere da questa
amministrazione, e che stanno tra la realtà e le attese, l’essere e
il dover essere, il presente e il futuro, la concretezza e la
speranza.
1) Informa-Giovani: qualcuno ha definito i giovani
d’oggi “i figli della palude degli anni ‘80”. Non ha torto!
Soprattutto al Sud le istituzioni sono lontane da loro e loro sono
lontani dalle istituzioni. Quest’ultime non sono attrezzate per
affrontare il mondo giovanile, complesso, articolato e difficile. So
bene che a chi chiede lavoro non si può rispondere dando solo
informazioni. Ma queste non sono da buttare, anzi! Informa-Giovani è
uno strumento ma è anche un luogo di partecipazione e di
protagonismo già per molti giovani vegliesi. Lo può essere ancora di
più.
2) Un assessorato per le politiche degli anziani.
Enormi risorse umane sono calpestate e ingessate alla periferia
della vita pubblica vegliese in attesa della fine, con l’unica
preoccupazione di non essere di peso e di fastidio per i figli, dopo
aver speso una vita tutta per il lavoro e la famiglia.
Manchiamo di servizi ma anche di una cultura che consideri la sera
della vita tempo di impegno sociale e politico e non tempo vuoto e
di attesa.
Diamo agli anziani ma stimoliamoli anche a dare.
3) Un assessorato per lo sviluppo economico del
paese e per la lotta alla disoccupazione.
Veglie è un paese vivace economicamente. Agricoltura, artigianato,
commercio, piccola impresa, terziario finalizzano il lavoro e il
profitto quasi sempre alla costruzione della casa e/o al risparmio
in banca.
C’è poca cultura dello sviluppo economico e quindi della lotta alla
disoccupazione.
Soprattutto i disoccupati (giovani e donne sole) del Sud gridano le
distorsioni di una economia senza critici etici e senza elementi di
solidarietà.
La disoccupazione è un pericolo per la democrazia.
L’Istituzione-Comune può far poco per risolvere
questo problema ma quel poco che è di sua responsabilità deve farlo.
Questo poco non può ridursi alle solite raccomandazioni a cui
politici e amministratori relegano il loro ruolo per lenire il più
grave dramma del Sud.
La perdita di qualsiasi rilevanza socio-economica
della politica e della vita amministrativa rende i politici sempre
più retorici e imbonitori del villaggio. Qualsiasi iniziativa
politica (sia di maggioranza che di opposizione) che voglia davvero
essere finalizzata al bene di tutti e al consolidamento del sistema
democratico deve essere capace di misurarsi anzitutto con questa
perdita di rilevanza della politica, con questo vuoto che si è
aperto, al pari di una voragine, nelle coscienze dei singoli come
nel nostro stare collettivo.
Se non possiamo nasconderci che in Italia la
tradizione democratica è assai fragile non possiamo però tollerare
che presso molti gruppi sociali la democrazia sia come
un’automobile: sino a quando funziona bene e costa poco la si usa,
se comincia a costare un po’ troppo, allora viene la tentazione di
cambiarla con qualcos’altro.
La democrazia è un bene di tutti che va pagato da tutti.
L’appello è a ciascuno dei cittadini: anche per la
disoccupazione bando alla fatalità e all’attesa di soluzioni
dall’alto.
Antonio Greco
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LO STRAPOTERE DEGLI APOLITICI –
Aprile 1996
“Io non mi intendo di politica”. Quante volte
abbiamo sentito questa frase, spesso pronunciata con un tono
perentorio ed orgoglioso? Certo tra chi non sa assolutamente nulla
di politica e chi è esperto si situa una vasta gamma di casi. Ma
possiamo senz’altro dire che moltissimi elettori non leggono mai un
articolo di argomento politico, sentono distrattamente qualche
brandello di telegiornale, orecchiano qualche battuta dei loro pari.
E con ciò si ritengono sapientissimi e sparano con sicurezza i
soliti slogan; “Tutti ladri... non c’è da fidarsi dei politici”.
E sono proprio loro che condizionano pesantemente
in senso negativo la vita politica italiana e anche vegliese. Lo
dimostro.
Gli apolitici sono l’ago della bilancia
dell’elettorato. Pronti a cambiare colore per il politico che appare
più simpatico e grintoso, per lo slogan più accattivante e
semplicistico, per l’ultima battuta e l’ultima bugia. Lo spostamento
dei loro voti (o il passaggio dall’astensione al voto o viceversa) è
quello che, specie col sistema maggioritario, è in grado di
determinare le maggioranze parlamentari e le amministrazioni
comunali.
I politici, consci di questo. sono costretti a
disputarsi proprio i voti di coloro che sono facilmente
influenzabili. Dunque devono parlare per loro, sorridere per loro,
insultare per loro, promettere per loro, mentire per loro.
Tutti difendono a spada tratta la propria
categoria: per esempio, gli impiegati all’interno del loro ufficio o
categoria si sbranano tra loro ma all’esterno è difficile sentire
sparlare di un impiegato dagli impiegati. I politici. invece, sono
costretti ad inveire di continuo contro “la classe politica”. Nella
speranza di strappare il voto dei signori apolitici, i politici sono
costretti a denigrare la propria categoria, contribuendo così ad
offrire dei politici un’immagine anche peggiore della realtà.
In tal modo si crea un circolo vizioso. Gli apolitici saranno sempre
più convinti che “la politica è una cosa sporca”, visto che “anche i
politici lo ammettono”; perciò si guarderanno bene dal cercare di
uscire dalla loro presuntuosa ignoranza e... continueranno a votare
i politici peggiori.
C’è però un modo democratico e non violento per
opporci a questa degenerazione della democrazia: una sana
amministrazione, un coinvolgimento dei cittadini nella vita politica
e la scelta di politici che vivono solo una parte della loro vita
(quattro od otto anni) per rendere la politica non solo interessante
(= che soddisfa interessi) ma la più alta e la più nobile delle arti
umane.
Con uno slogan direi: occorre passare dal “fare i
politici” all’”essere politici”; cioè dal mestiere del politico
all’agire politico diffuso e quotidiano.
Antonio Greco
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IL SONNO DELLA RAGIONE – Giugno
1996
Romualdo e Rosa: due delitti orrendi, simili per
barbarie e diversi per modalità, moventi e reazioni.
Una Comunità, Veglie, sbattuta in prima pagina, scossa anche per i
tempi ravvicinati in cui i due delitti sono accaduti (18 maggio e 1
giugno), reagisce interrogando, giudicando e lasciando al tempo di
chiudere una ferita profonda per la sua vita comunitaria e la sua
immagine.
Da Sindaco, oltre ad assicurare una gestione
amministrativa della cosa pubblica che tenga lontano i violenti e
sia essa stessa non-violenta nel rispetto della norma e della
giustizia, ho chiesto al Prefetto che le forze investigative
compiano con impegno pieno le indagini e facciano ogni sforzo perché
siano assicurati alla giustizia i responsabili dei due atroci
delitti.
Ai Carabinieri ed alla Polizia Municipale, oltre
alla necessaria intesa per combattere la illegalità e il crimine, è
stato chiesto un ulteriore sforzo per essere più visibili nel paese
ed essere punto di riferimento di tanti cittadini inermi e indifesi.
Molto ancora potrà essere fatto nei settori delle politiche sociali
e della prevenzione, oltre a quello che già si fa, con mezzi e
personale non sempre adeguati.
I sociologi, in queste occasioni, chiamano in causa
anche la scuola, la famiglia, le istituzioni religiose... Certamente
sono interpellate da questi fatti e, soprattutto se si rinnovano e
si raccordano, possono fare molto per fermare la violenza e la
barbarie.
C’è un “ma” a cui, però, non voglio sfuggire. Letture e risposte
istituzionali, pur doverose, non bastano.
Chi ha compiuto questi atti estremi non è
verosimilmente un malato mentale o un folle e il suo o il loro gesto
è un vero e proprio progetto violento. Non contano i motivi
immediati, diretti, conta che una o più persone abbiano avuto la
lucidità e la determinazione di commettere un determinato atto.
Conta che di questi disgraziati omicidi nessuno abbia trovato una
ragione (una sola!) per fermarsi e tornare indietro.
È il sonno più totale della ragione, strumento
interiore indispensabile perché l’uomo ami la vita più che la morte.
Ma al sonno della ragione si arriva con fatti di ordinaria follia;
anche senza una pistola o senza uno strofinaccio per soffocare.
Non intendo scivolare verso un facile moralismo.
Per i più giovani però vorrei far parlare un momento Marco Aurelio,
importante filosofo, nato a Roma nel 121 d.C. e morto al campo di
Vindobona (dove sorgerà Vienna) nel 180. È uno dei saggi
dell’umanità che attraversano il tempo, una di quelle figure
“adulte” da cui abbiamo da imparare tutti, ad ogni età della nostra
vita. L’ultima sua opera conosciuta con il titolo Ricordi, ma in
realtà intitolata “A se stesso”, comincia ricordando le persone
verso cui ha debiti di gratitudine, per aver imparato da loro la
gentilezza, la religiosità, la frugalità, l'avversione alla futilità
e alla retorica, la capacità di perdonare le offese, l’abitudine a
leggere con molta attenzione, l'umore costante nella buona sorte e
nella sventura, la pazienza con i difetti altrui, l’amorevolezza, la
calma, la condanna della tirannide, l’amore della casa, della verità
e della giustizia, l’impulso alla beneficenza, la fiducia nel futuro
e negli amici, anche durante le avversità e le malattie, la
sincerità, il dominio di se stessi, il non dover avere mai fretta e
il non perdere tempo, l’odio per la menzogna, la mitezza,
l’indifferenza verso gli onori e la fama, la laboriosità, la
prontezza ad accogliere i consigli, la modestia, il bastare a se
stesso, la serenità, il disprezzo per le adulazioni, la libertà
dalle comodità, la cordialità, una sobria cura del corpo, il
riconoscere senza invidia le capacità e il valore altrui, la
semplicità nel vestire, la fermezza nelle decisioni, l’astensione
dall’esercizio violento del potere.
Ho riportato questo elenco incompleto delle virtù
che Marco Aurelio riconosce nel padre, nella madre, nel fratello,
nei nonni, nei suoi precettori, nei filosofi e negli adulti che ha
conosciuto. Non è un elenco astratto ma personalizzato, incarnalo.
Egli non dice di saper praticare tutte queste virtù, ma di aver
tratto da questi esempi viventi degli insegnamenti assai utili per
il suo compito di imperatore, perché hanno fatto sorgere in lui “il
desiderio di un governo in cui la legge abbia vigore per tutti, un
governo informato ad eguaglianza e libertà di parola, una monarchia
capace di rispettare per suprema ragione la libertà dei sudditi” (I,
14).
Mi sono ricordato di questo antico saggio e l’ho
voluto citare perché in queste pagine vedo la risposta più profonda
ai fatti violenti di ieri, di oggi e di domani.
Non conosco altri modi per tenere desta la ragione
e combattere la violenza al di fuori di un serio impegno culturale,
a cui faccio spesso riferimento nel mio lavoro di Sindaco. Per
formazione non mi appartiene il metodo della repressione e non credo
che la violenza, anche quella legalizzata, possa combattere la
violenza. Ma perché l'impegno culturale non sia frainteso, come
teorico o astratto (capita spesso), vorrei ricordare alcuni saggi,
persone vive e autori letti stimolatori di coscienza e di ragione
con cui confrontarsi e a cui attingere.
In fretta (per non annoiare) elencherei qualche
nome di questi saggi, alcuni dei quali in seguito anche criticati,
altri rivisitati più volte e cresciuti in me con il tempo: Papini,
Olgiati, Bemanos, Pascal, Socrate, Mounier, Lorenzo Milani. Erasmo
da Rotterdam, Silone, Gandhi, Dosiocvskji, Tolstoj. Capitine Simone
Weil, Emily Dikinson, Pastemak e tanti altri anche oscuri. Sono
soltanto i primi nomi che si presentano alla memoria. Per non dire
di Gesù Cristo e di gran parte della Bibbia, Dei viventi citerei
soltanto Bobbio.
Una vita sociale sicura e non violenta trova la sua
prima radice nelle virtù individuali che tengono vigile la ragione
contro le forze del male esterno ed interno ali uomo.
La politica non ha il compito di interessarsi delle
virtù individuali però non può non riconoscere e favorire la
reazione e la lotta nei confronti di situazioni di morte che,
essenzialmente avvengono su altri piani, che sono diversi da quello
politico.
Per la morte di Romualdo e Rosa è stato detto
“Fanno più rumore due alberi che cadono di una foresta che cresce”:
può dirlo chiunque, anche un politico, a condizione che la sua
esistenza e il suo agire politico facciano veramente crescere,
almeno indirci lamento, la foresta della vita inferiore, sociale,
culturale, politica ed economica di una comunità.
Antonio Greco
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RISORSE DI FIDUCIA - Dicembre
1996
La maggior parte dei cittadini di Veglie soffre i
mali della politica di questo paese, ma sembra non chieda, almeno in
forma esplicita, che essa cambi. Pensano che questo non sia più
possibile, sono rassegnati. Alla politica, ridotta ad
amministrazione pubblica, alcuni chiedono i mezzi per sopravvivere,
altri più servizi per sopportare meglio il malessere del vivere
insieme, altri ancora la lolla all’arroganza e alla prepotenza,
tutti la difesa dei propri interessi e dei propri beni. In breve,
chiedono che la vita in paese sia più “sopportabile”.
In questi due ultimi mesi stiamo raccogliendo
qualche frutto dell’intenso e duro lavoro amministrativo di tre
anni:
-
parte la zona artigianale: è stato approvato dal
Consiglio Comunale il regolamento per l’assegnazione delle aree; in
via Salice è stata espropriata una zona di mq. 23.561, è stata fatta
gara per l’urbanizzazione dell’area e quanto prima saranno assegnale
le zone;
-
sono state avviate le procedure per l’esproprio e
l’urbanizzazione della zona di via Madonna dei Greci per l’edilizia
economica e popolare (PEEP);
-
nei prossimi giorni si conoscerà il nominativo
dell’impresa vincitrice dell’appalto concorso per la metanizzazione
di tutto il paese;
-
è stata completata la sistemazione del secondo
lotto di ampliamento del cimitero;
-
sono già cantierizzati i lavori per completare la
struttura fieristica di via Salice (consegna prevista per metà
marzo);
- è finita la ristrutturazione del mercato coperto e sono a buon
punto i lavori per la ristrutturazione dell'immobile di via IV
Novembre;
-
parte a gennaio il progetto della Comunità Europea
Youlhslart realizzato insieme con il Comune di Cerignola e
l’Associazione Mediterranea di Bari;
-
è stato costituito il Consorzio “Nord-ovest
Salente” tra i Comuni di Veglie, Salice, Campi Sal., Amesano, Porto
Cesareo e Leverano per la costituzione di un G.A.L. (gruppo azione
locale) che curi la stesura di un progetto esecutivo essendo stato
già approvato quello di massima del P.O.P. “LEADER II” (richiesta
alla CEE di 8 miliardi);
-
è stato realizzato interamente e con ampia
partecipazione il progetto culturale MILLENNIO - autunno ‘96;
-
è stato avviato il servizio di trasporto urbano;
-
tante sono state le iniziative per una politica
per/con gli anziani, i portatori di handicap e i ragazzi a rischio;
-
è stato assegnato il posto di Comandante di Polizia
Municipale;
-
è stato firmato il contralto con l'impresa
SVIC-INFORM di Lecce per l’informatizzazione del Comune;
-
sono state pulite le vore;
-
è stata sistemata la scuola materna Caro Lupo.
Bastano questi nuovi servizi per rendere Veglie più
vivibile anche politicamente? Certamente no!
Perché la politica cambi occorrono due realtà:
-
UN SOGNO DI FUTURO: non è un invito alla fuga o
all’evasione dalla realtà. Il sogno di un paese più bello, più sano
socialmente e più sicuro non è una fuga dalle fatiche quotidiane ma
apertura di nuovi orizzonti. Il cambiamento di un paese appartiene a
uomini e donne che non fuggono dalla realtà e nemmeno dalla
politica, che non stanno insieme per far soldi o per il potere, che
non si lamentano sempre o che vedono sempre nero; il cambiamento è
di coloro che spingono i singoli a credere in un futuro comune, che
aiutano gli individui ad associarsi, ad avere fiducia negli altri
-
LA RISORSA DELLA FIDUCIA: va affermandosi sempre
più il convincimento di fondo che resistenza di relazioni di fiducia
tra le persone rappresenta un fattore centrale per il buon
funzionamento dell’economia, della società e della politica. La
fiducia è un bene dotalo anche di valore economico, nel senso più
ampio, ma non è in se una mercé. Essa è in realtà un atteggiamento
culturale, è la disponibilità a vedere che le promesse vengono
mantenute e che i patti si rispettano anche quando non sono tutelati
da un contratto o da una legge.
Gli studiosi affermano che basso è il livello di sogno e di fiducia
in Italia, bassissimo nel Sud. In un quadro così desolante. Veglie
non fa eccezione.
Ma lasciatemi esprimere un’impressione: a Veglie
non c’è politica perché non c’è un sogno di un futuro comune. Però
nel campo della fiducia verso la Pubblica Amministrazione, pur tra
limiti e lacune, qualcosa è cambiato. Ed io, Sindaco, pur
accompagnato, come un’inseparabile fedelissima ombra, dalla
sensazione di continua insufficienza rispetto agli arretrati di
problemi e di attese accumulate, avverto questo senso nuovo di
fiducia dei cittadini verso la casa comune. Spesso la ineludibile
presa diretta con la realtà giornaliera, dura e drammatica, mi
nasconde questa convinzione e mi lascia alla fatica di raccogliere i
cocci della sconfitta senza attendere gratificazioni e
riconoscimenti.
Mi aiuta a vincere la tentazione di dire: “basta
con la fatica di fare il Sindaco!” non solo il dovere verso i
cittadini che mi hanno eletto e la gratitudine verso i consiglieri
di maggioranza e i tanti collaboratori che mi hanno aiutato ma
soprattutto il privilegio dell’amicizia e della fiducia di tanti
vegliesi.
Antonio Greco
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VOGLIA DI FARE E DI UTOPIA –
Ottobre 1997
Ritorna InformaVeglie dopo dieci mesi densi di
avvenimenti importanti per la vita amministrativa locale:
-
il 27 aprile, dopo una campagna elettorale
sostanzialmente corretta, serena e partecipata, le seconde elezioni
amministrative con il sistema maggioritario;
-
il 3 maggio, ad appena cinque giorni dalle
elezioni, insediamento della giunta e del nuovo consiglio comunale;
-
il 15 maggio, approvazione da parte del Parlamento
delle cosiddette leggi Bassanini.
Dall’intreccio di queste tre date nascono alcune
annotazioni.
1. TRIONFA LA STABILITA' POLITICA
Per lunghi anni i funzionari dell’Ente comunale hanno rappresentato
la continuità ma anche la cristallizzazione dei fenomeni e dei
comportamenti nella gestione della cosa pubblica, che tende a
ingessarsi e a rendersi impenetrabile al cambiamento. Con la
instabilità politica il fenomeno si aggrava e, spesso, sono
necessari eventi traumatici per rompere resistenze che la struttura
comunale oppone trovando in se stessa la ragione del proprio essere
e non avendo più legami sociali organici e prioritari.
I risultati del 27 aprile rappresentano per Veglie
una inversione di tendenza: più stabilità di indirizzo e di
orientamento politico verso fini più chiari e precisi e meno
continuità gestionale improvvisata o, peggio, senza slancio e senza
responsabilità da parte della burocrazia.
La legge Bassanini del 15 maggio ha rafforzato
questa inversione di tendenza e ha offerto al Sindaco e alla Giunta
più possibilità nell’esercizio del potere e del controllo. Stiamo
lavorando per adeguare lo Statuto Comunale e i regolamenti alle
nuove norme; ci stiamo attrezzando per rendere la macchina
burocratica più idonea alle sfide nuove che vengono dalla società;
spenderemo energie per la formazione del personale. È un lavoro che
non finisce mai. Tuttavia, se nei quattro anni passati, l’assillo
prevalente degli amministratori e del Sindaco è stato quello di far
funzionare il Comune, per il prossimo mandato amministrativo non può
più esserlo: a ciascuno le sue responsabilità.
2. SI RAFFORZA LA VOGLIA DI “FARE”
II voto di molti vegliesi è stato espresso sulle tante cose fatte
nella passata amministrazione. Non un solo settore della vita
pubblica è stato trascurato: le opere pubbliche, le strutture
partecipative ed informative, le iniziative culturali, i servizi
sociali per i più deboli, lo sviluppo economico con particolare
attenzione alla agricoltura ed all’artigianato, l’enorme attenzione
ai problemi della vita amministrativa. Molti dei tanti progetti sono
ancora “invisibili”.
Tutto è stato fatto con trasparenza, rigore etico
e, soprattutto, “con gran rispetto” per il denaro di tutti. Sono
stati fatti probabilmente anche errori e molto c’è ancora da fare.
Ma i cittadini hanno capito che amministrare in modo corretto, senza
interessi di parte, è una cosa possibile e di questo mondo.
Attivismo di persone che vogliono far vedere quanto sono brave o i
primi risultati di un nuovo sistema politico bipolare inaugurato
dalla Legge 81 del 1993?
Credo di più a questa seconda lettura.
Il bipolarismo obbliga a fare ed è materialmente e
psicologicamente faticoso: costringe a stare o di qua o di là,
obbliga a scegliere il ramo sul quale prendere posto, esclude quindi
la possibilità di giocare contemporaneamente più partite e su più
fronti. Com’era più facile, distensivo, rilassante il grande centro
della Democrazia Cristiana. Certo neanche lì si poteva stare con le
mani in mano, bisognava tenere tutti insieme, accontentare il bianco
e il nero, strizzare l’occhio ora a destra ora a sinistra, si
correva il rischio di diventare strabici a furia di voler tenere
tutto sotto controllo. Ma quanto più rassicurante era stare al
centro. Stare al centro voleva dire, ovviamente, non essere mai
fuori del gioco della distribuzione di beni, servizi, poteri,
posizioni, ecc. .Voleva dire far parte del grande, soporifero,
buonsenso comune. Essere cioè sempre dalla parte della ragione. Il
progetto sul che fare e dove andare? Stare al centro era il grande
progetto, far venire e non andare verso il mondo, la strategia.
Fermi come paracarri: a muoversi si corre il rischio di sbagliare
direzione. Poi è venuta la stagione del bipolarismo. Io vinco tu
perdi ( o viceversa), io sto di qua e tu stai di là. Ma questo
comporta fatica, progettualità, chiarezza, coerenza, costanza,
cultura politica. Che stress e che scarsa resa in termini di
benefici in rapporto ai costi, soprattutto per i partiti.
Anche a Veglie, prima delle votazioni si sono fatti
vivi i nostalgici del grande centro. Cari nostalgici, il centro è
morto perché il futuro politico è bipolare e questo è fatica. Ne
sanno qualcosa gli amici della vecchia squadra, a cui va il mio più
sentito grazie per la fatica amministrativa sopportala per un grande
amore al paese, e quelli della nuova che hanno già sperimentato, in
questi primi mesi, il ritmo travolgente dei problemi e delle opere.
Un sistema bipolare e persone capaci e oneste fanno
fare passi avanti verso una politica chiara, coerente, costante,
culturalmente attrezzata e operativamente attiva.
3. BALBETTA L’UTOPIA E IL SOGNO
Alla società vegliese è bastato scegliere 21
amministratori per migliorare la qualità della convivenza sociale? A
Veglie (in Italia) esiste una società civile?
Dopo la crisi dei partiti è fortemente avvertila
l’esigenza di trovare nuove sorgenti di convivenza civile. Si tratta
di identificarle dando voce a quella società particolare capace di
civilizzazione che cerca affannosamente di affiorare in un Paese in
cui dominano la delega, la tentazione della corruzione, il mercato
truccato, meccanismi distorti nella identificazione e nella
applicazione delle regole che governano la vita sociale, pubblica e
privata. È quella società composta da uomini liberi e responsabili,
uguali e solidali, che lavora in un silenzio operoso e cresce. È
spesso timida o ha paura di affacciarsi alla vita
amministrativo-politica e da questa è spesso ignorata. Questa
società non nasce dalle istituzioni politiche, alle quali invece
offre motivazioni e ragioni di legittimità democratiche, non nasce
dal mercato; non coincide neppure con la sfera della famiglia.
Le elezioni del 27 aprile a Veglie hanno detto che
questa società civile è ancora in germe: quanta fatica per trovare
persone culturalmente preparate e disposte a sacrificare energie per
il bene di tutti; quanta fatica a coinvolgere le donne e quanto
irrilevante è stato il peso ad esse riservato dai risultati
elettorali. Questa società civile può sbocciare o morire, come può
essere fatta crescere ai margini di un sistema incapace di
rinnovarsi.
Il sogno dei prossimi quattro anni di vita
amministrativa è quello di riservare ad essa più spazio e più tempo
ma anche quello che della vita pubblica essa sappia appropriarsi.
Antonio Greco
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COINVOLGIMENTO POPOLARE -
Dicembre 1997
Traffico e parcheggi, casa e sfratti, crisi
agricola e disoccupazione, insicurezza e disordine, sanità e
ambiente, lavori pubblici e dissesto del territorio, scuole e
servizi sociali, macchina amministrativa e contenzioso, tagli
finanziari ed evasione fiscale... sono altrettanti massi che noi
amministratori spingiamo in alto con fatica. Ciascuno dei quali
tende a rotolare a valle non appena lo si abbandona per un attimo
per seguirne altri non meno importanti come le problematiche
giovanili, la formazione della classe dirigente del domani,
l’attenzione alle pari opportunità, i rapporti con i paesi
limitrofi.
... Insomma, amministrare è una grande, pesante,
poderosa fatica. “Questo non è un lavoro, ma un martirio”,
drammatizza Massimo Cacciari.
Alla gravità oggettiva dei problemi si aggiunge il
carico legato alle aspettative che la quasi totalità dei cittadini
ripone nel sindaco, eletto direttamente dal popolo, percepito come
“ultima speranza” per il paese, “ultimo treno” per lo sviluppo
...ecc. Con un fenomeno curioso ma antico, teorizzato nel secolo
scorso da Tocqueville.
Tocqueville nel suo noto viaggio in America,
osserva che il miglioramento del governo locale eleva in maniera
proporzionale le esigenze e le domande e conseguentemente
l’insoddisfazione dei governanti, si che il miglioramento diviene
causa di difficoltà per lo stesso governo che lo ha prodotto.
Questo paradosso può colpire anche Veglie. La gente
ha visto che a Veglie si può combinare qualcosa di nuovo, che questo
paese è in cammino ed è perciò diventata più esigente.
Perché queste osservazioni?
Non per bloccare (non è possibile!) le critiche,
che sono “paradossalmente” un risultato di ciò che è stato fatto di
buono a Veglie. Al contrario, per non essere lasciati soli in questa
immane fatica e spingere alla partecipazione critica, informata e
attiva.
La partecipazione dei singoli e dei gruppi alla
vita amministrativa serve a raggiungere due obiettivi precisi:
-
superare le resistenze dovute alla contrapposizione
dei pochi, rispetto alla maggior pane della popolazione, che vedono
ogni iniziativa finalizzata al rinnovamento e cambiamento
amministrativo per dare risposte nuove a problemi drammatici un
fattore di instabilità della propria vita o un pericolo per la
conservazione di interessi consolidati;
-
prepararsi a fronteggiare gli appetiti di gruppi di
potere, piegati ma non vinti, e pronti di riprendersi in mano le
sorti del paese e a vanificare anni di duri sforzi.
Lo Statuto Comunale di Veglie dedica a questo tema
della partecipazione un intero titolo II che, pur modificato in
qualche pane (ad esempio l’aggiunta della istituzione delle Consulte
fatta nel 1994) è rimasto così come approvato nel 1990 e, tra
l’altro, prevede la istituzione del referendum consultivo (ari 5 -
6), organismo di partecipazione che suscitò nel ‘90 generale
consenso e generò grandi speranze. Si pensò fosse stato individuato
lo strumento che avrebbe consentito la partecipazione della intera
cittadinanza alla elaborazione delle grandi scelte. Era prevalente
l’idea che nel governo della città, democrazia diretta e democrazia
rappresentativa si sarebbero omologate agevolmente in un circuito
virtuoso. Invece si dimenticarono i limiti di questo strumento ( i
costi troppo alti, utilizzazione, dove e stato usato, in funzione di
controllo sulle decisioni proprie di quello abrogativo e non in
funzione propositiva). Con un ulteriore grave conseguenza: aver
trascurato di pensare diversi, più innovativi e più poveri strumenti
di coinvolgimento della popolazione.
Noi a Veglie “inventiamo” una “inchiesta pubblica”
per sapere dai cittadini se la Festa Patronale di San Giovanni deve
tenersi a giugno o ad agosto. È uno strumento non costoso e
prepositivo.
Per coloro, e sono tanti, che pensano di aver
conferito al Sindaco e a 20 Consiglieri il potere e la piena
legittimazione alle scelte di governo per stare poi 4 anni alla
finestra della indifferenza o del disinteresse della vita pubblica,
l’ultima domenica di gennaio sarà un’occasione “nuova” per dire la
propria e sentirsi cittadino “partecipe” di questo paese.
Antonio Greco
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UNA POLITICA COERENTE - Maggio 1998
Il bilancio annuale di previsione del 1998 è il
primo del secondo mandato della lista “Insieme per Veglie”
vincitrice delle votazioni del 27 aprile 1997.
Che cosa ha ricevuto il paese dai passati quattro
anni di vita amministrativa, stagione così breve e intensa, eppure
così durevole e stabile?
Ha ricevuto tutti gli strumenti di regolazione
della vita collettiva,
-
la rideterminazione della Pianta Organica, con
eliminazione definitiva del precariato e del rapporto di lavoro su
convenzioni; la nomina di 5 figure apicali;
-
l’istituzione di sei settori, autonomi ma
interdipendenti, della vita amministrativa;
-
l’adeguamento dello Statuto; n. 12 regolamenti;
l’adeguamento di essi alla 127 del 15 maggio (in fase di
completamento);
-
i servizi e le strutture legati, entrambi
strettamente, ai bisogni del paese, ha ricevuto una organica
politica di rilancio dello sviluppo produttivo e dell’occupazione
mediante lo sviluppo dell’economia:
Agricola: con studio per la realizzazione dell’accorpamento
delle cooperative olearie; il progetto Leader II e Fondi FEOGA
(Strade di campagna).
Commerciale: con l’approvazione del nuovo piano di
razionalizzazione della rete commerciale;
Artigianale e industriale: con l’istituzione di fiere e
l’assegnazione delle aree in zona P.I.P.; e una maggiore attenzione
alle esigenze della popolazione.
Ha ricevuto una lunga serie di servizi:
-
tra i servizi alla persona; l’assistenza ai
portatori di handicap, l’assistenza domiciliare; il trasporto urbano
per gli alunni della Scuola Media oltre che per gli alunni delle
elementari e delle materne; lo svolgimento del servizio di mensa
scolastica sin dall’inizio dell’anno scolastico: miglioramento delle
strutture scolastiche;
-
tra i servizi e strutture per l’informazione ai
cittadini tutti: “l’Informa Veglie” (12 numeri); ai giovani il
progetto “Informa”;
-
tra i servizi alla cultura e allo sport: lo
svolgimento dell’iniziativa “Millennio”; l’avvio della realizzazione
del Palazzetto dello Sport; la Nuova Biblioteca Comunale (in corso
di realizzazione);
-
tra i servizi ai beni culturali; Restauro della
Porta Nuova, il Convento Francescano e della Cripta della Favana
(queste ultime due in corso di realizzazione);
-
tra i nuovi servizi alla collettività: la
metanizzazione del Comune e la creazione di una squadra di pronto
intervento per la manutenzione stradale e dei beni comunali.
È stata una politica di azioni coerenti per
restituire un’autentica qualità della vita al paese, dalla raccolta
differenziata al verde, alla sistemazione di piazze e strade.
Ma da questa esperienza amministrativa il paese non
ha avuto solo un’attenzione efficace ai gravi problemi del lavoro,
dello sviluppo e della qualità urbana. Ha ricevuto anche servizi e
sollecitazioni all’irrobustimento della coesione sociale e, per la
prima volta, l’elaborazione di politiche di prevenzione.
Infine ciò che conta e a cui teniamo di più è
l’aver lasciato molto spazio al paese dei cittadini (pensiamo alle
Consulte) che ha cominciato finalmente la lunga transizione verso un
modello comunitario civile e, in questo senso specifico, non più
feudale ma moderno.
Quattro anni non sono bastati però ad affrontare
problemi che pesano come macigni sulla vita amministrativa e che
rimangono ancora irrisolti, cito i più importanti:
-
il contenzioso con la SASPI e l’evasione fiscale;
-
i comparti bloccati, il problema del traffico, il
randagismo canino;
-
le vertenze di varia natura, molte risolte, altre
ancora sospese.
A questi si aggiungono i tanti bisogni, ricorrenti
e sempre nuovi a cui non si finisce di dare risposta. Per quattro
anni è stata una continua emergenza.
Si dice, però, che “asfaltare non è governare”. La
sfida, infatti, è più ampia: governare con un’idea di città e nel
contempo realizzare il massimo di efficacia amministrativa. Si
governa pensando e si amministra correndo. Bisogna pensare senza
smettere di correre.
Molte cose sono accadute dal 1993. Il Paese però è
ancora in una fase di transizione la cui questione nevralgica non è
solo quella delle regole e dei servizi ma del modello di democrazia,
di struttura del potere, di forme della rappresentanza, di valori
del patto di convivenza.
Il Bilancio di Previsione 1998 è sul crinale di questa transizione.
Siamo obbligati a completare ciò che è stato avviato e riaprire,
come nel 1993/1994, la stagione dei progetti.
Antonio Greco
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L’ENTE LOCALE PER UN’ECONOMIA DI
GIUSTIZIA - Settembre 1998
La ripresa amministrativa autunnale pone gli
amministratori davanti all’urgenza della predisposizione della bozza
di bilancio per il 1999. Anche con il bilancio si costruisce
un’economia di giustizia. Ma non solo. È il bilancio a dover seguire
la politica per la costruzione di una comunità e non viceversa.
Invece la tragedia è che non solo vengono prima i bilanci e le
finanziarie ma la politica si fa solo con il bilancio e con la
finanziaria.
Si affievolisce sempre più l’obbiettivo, il
traguardo, l’orizzonte del cammino di una comunità nazionale e
locale. Lo strumento tecnico si impossessa sempre più del contenuto
e da mezzo diventa sempre più fine. Un ente locale che vuoi
perseguire un’economia di giustizia non si limita a posizionare le
poche o molte risorse nei bilanci possono dirsi più o meno giusti se
più risorse vengono destinate ad Affari Sociali per i più deboli o i
più poveri della comunità e meno, per esempio ad Opere Pubbliche.
Anche la politica dei due tempi, quella che prevede
prima il risanamento di un bilancio e poi lo sviluppo, non serve a
creare economia di giustizia perché il bilancio e il suo risanamento
è un atto fondamentale ma non esaustivo di vita comunitaria sana.
La lotta all’evasione fiscale è un primo passo per
un’economia di giustizia.
La prima Repubblica era fondata su un patto
criminale fra governanti e popolo. Questo patto consentiva, in
estrema sintesi, nell’accordo generale a non rispettare leggi e
regole, o meglio, a sospenderne il rispetto in determinati casi o
circostanze.
Nel caso dei governanti si trattava, per esempio,
della disponibilità, concessa a certi gruppi sociali, di evasione
fiscale generalizzata, oppure di benefici assistenziali elargiti al
di fuori delle regole e controlli (false pensioni di invalidità) o
ancora della generale scorrettezza nei concorsi per i posti di
lavoro in certi settori della pubblica amministrazione (la pratica
delle raccomandazioni). In cambio di queste piccole illegalità
diffuse, ai governanti erano concesse le grandi illegalità:
corruzione generalizzata del ceto politico, collusione con il
crimine organizzato, immunità senza sanzioni.
Il patto criminale ha rette finché è durata la fase
espansiva dell’economia mondiale del dopoguerra. Detto volgarmente,
il patto è durato finché c’erano i soldi da spartire.
Da questo patto è nato il nesso fiscale: “evasori e
tartassati” che ha fatto la fortuna di pochi furbi e generato
l’aberrante logica che proprio chi produce più danno ai beni comuni
è meno chiamato a risanarli e a riprodurli.
L’opera di risanamento e incremento dei beni
collettivi sviluppa un’economia di giustizia.
I processi di modernizzazione e sviluppo di una
comunità consumano grandi quantità di beni comuni (l’ambiente e il
territorio, il patrimonio culturale e storico...) e di beni pubblici
(la sicurezza e l’ordine, la certezza del diritto, le regole di
convivenza...)
Questi beni non sono solo i beni fisici che si
trovano in natura. Sono frutto di un lungo processo di
accumulazione, di risparmio e di oculata costruzione. Dipendono da
due fattori: dalla qualità degli assetti istituzionali e dalla
qualità della classe dirigente (e non solo politica). Non è retorica
se affermiamo che la grande tragedia degli italiani è tutta qui:
consumiamo beni collettivi e non abbiamo mezzi per risarcirli e
incrementarli. I consumi privati hanno degradato le nostre città e
paesi; ora non abbiamo più risorse per il risanamento urbano e
ambientale. Una vera economia di giustizia è quella che rompe il
nesso che produce miseria pubblica e collettiva e intacca i mali di
cui soffriamo, prima per aver speso male, ora per non poter più
spendere per costruire questi beni per il futuro. Per Veglie che
significa questo ragionamento?
-
Ci stiamo prendendo dai furbi, che non hanno pagato
le tasse in questi anni, tutto quello che hanno sottratto alla
collettività. E con gli interessi. Non una lira in più di tasse ma
lotta ferma per l’evasione.
-
Veglie ha bisogno di difendere i suoi beni
collettivi ma anche di essere più ricca di essi.
Lo sforzo è quello di saldare l’impegno per una
cittadinanza attiva verso i beni di tutti, l’impegno per la
sicurezza e l’ordine, per un suo sempre oculato e trasparente dei
soldi pubblici con l’impegno e coraggio di tanti vegliesi che fanno
l'impresa e attività che scommettono sul futuro. C’è una
consapevolezza (mi auguro si estenda sempre più tra i vegliesi) ed è
questa: la passività, l’attendere alla finestra per vedere cosa può
accadere anche politicamente dopo questa esperienza amministrativa,
con il fine delle vecchie rendite, può aprire la strada alla
arroganza distruttiva di chi ha sempre pensato alla vita politica e
amministrativa come saccheggio di beni collettivi per fini privati e
familiari. Sono certo che questo non accadrà.
Antonio Greco
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LE TRE FATICHE E IL CITTADINO ATTIVO - Marzo 1999
IL PROSSIMO 27 APRILE SIAMO GIÀ' A DUE ANNI DI
MANDATO AMMINISTRATIVO DALLE ELEZIONI COMUNALI DEL 1997 E A QUASI
SEI ANNI DA QUELLE DEL 1993. ALMENO PER ME SINDACO. VI CONSEGNO
ANNOTAZIONI PROVVISORIE, FRUTTO DI UNO STATO D'ANIMO PIÙ CHE DI
ANALISI RIGOROSA ED OBIETTIVA SU DI UN PERIODO FATICOSO DELLA VITA
AMMINISTRATIVA. NESSUNA CRISI O STANCHEZZA DIETRO L'ANGOLO. MA
FATICA SI, TANTA!
LA FATICA PER LE TROPPE COSE MESSE IN CANTIERE
Opere pubbliche cantierizzate: Metanizzazione,
Palazzetto dello Sport, Scuola Materna di Via Isonzo, Locali del
Campo Sportivo Comunale, Zona P.T.P. di Via Salice. Zona P.E.E.P.,
di via Madonna dei Greci, Sistemazione idraulica (Via Pindemonte,
Risparmio Energetico (ultimo lotto). Restauro Porta nuova, Recupero
Cimitero francescano, Ipogeo di Largo San Vito, Cripta della Favana.
Completamento esterno della Struttura Fieristica, Le iniziative per
il verde pubblico, Le strade di campagna (900 milioni);
-
Opere pubbliche approvate e da cantierizzare:
Circonvallazione, Adeguamento Scuola Media e A. Moro, Smaltimento
amianto prefabbricato di Via D. Chiesa (scuole di plastica),
Completamento l’ornatura nera e fogna bianca (17 miliardi). Strade
di campagna (nuovo progetto);
-
Progetti da approvare: Adeguamento Piazza Ferrari.,
Strada di Piano per il collegameinto tra Via Novoli e Via Cariano,
Rifacimento di via Pirandello, Piscina semiolimpionica;
-
Progettazioni da avviare: Centro polivalente e
biblioteca comunale, zona P.I.P. di Via Bosco, Strada da aprire alle
spalle del Campo Sportivo, Concorso di idee per sistemazione di
Piazza Umberto I;
-
Urbanistica partecipata: Discussione sulla boza di
variante generale al P.R.G. ;
-
Interventi nel sociale: Centro Informa. Centro
Sociale di via Carmiano, Centro di Solidarietà, Progetto Assistenza
Domiciliare Integrata (A.D.I.). Progetto Legge 216 a favore di
minori a rischio;
-
Interventi per lo sviluppo: Leader II, Sportello
Unico per le imprese, Mercato Coperto;
-
Interventi per la tutela ambientale e pubblica:
-
smaltimento dei R.S.U. e raccolta differenziata
-
primo censimento della popolazione randagia canina
-
traffico e sicurezza pubblica:
-
Interventi sulla macchina amministrativa:
-
informatizzazione degli uffici
-
riduzione del contenzioso
-
Difensore civico
-
Ufficio relazioni con il Pubblico.
È solo un elenco superficiale e necessariamente
approssimativo. Ogni punto dell’elenco richiede attenzione e sforzo.
Sembra, ogni tanto, di essere sommersi e travolti dal nostro stesso
“fare”.
LA FATICA PER UN PARADOSSO
Più aumenta la partecipazione delle masse alla vita
sociale e il peso delle domande che queste rivolgono ai potere
politico e più si complicano le procedure per gestire le istituzioni
e le conoscenze indispensabili per dare risposte, con la conseguente
necessità di restringere l’area e gli spazi della partecipazione
politica. Questo paradosso porta spesso a pensare che più si è, meno
si decide e meno si governa!
Il paradosso però si regge su un inganno: pensare
che la politica è da restringere al solo processo di decisione, o
l’inganno di pensare la governabilità come la possibilità di far
funzionare le istituzioni e non la società. Si tratta quindi di
rovesciare il ragionamento: senza potere dei cittadini non c’è
possibilità di assicurare governabilità.
A Veglie c’è una partecipazione “sommersa”, non c’è
ancora molta partecipazione “attiva”.
La cittadinanza “sommersa” e quella legata ad un
sistema di automatismi o di controllo sociale che regola i rapporti
tra singoli, gruppi, categorie, classi e organizzazioni e che rende
possibile il funzionamento stesso della vita di un paese. Senza di
essa non ci sarebbe possibilità di vita sociale ne di vita
istituzionale.
Lì dove pero a questa non si accompagna anche una
cittadinanza “attiva” la governabilità di un paese si riduce al
potere di pochi ed è costretta ad occuparsi solo della patologia e
dell’emergenza della vita sociale.
L’impegno è duplice: quello di far capire ai
decisionisti che le Consulte servono, che servono le pre-Giunte, che
è importante ricevere ed ascoltare i cittadini ogni giorno... ma
anche quello di educare e spingere i cittadini ad una partecipazione
attiva nella vita quotidiana (per es. rispetto delle regole del
traffico, esercizio della raccolta differenziata, tutela dei diritti
dei più deboli... ecc.). Con l’esercizio di un’autonoma soggettività
politica che in negativo esclude l’interesse per la cosa pubblica
solo per fini di parte o egoistici e, in positivo, promuove la
coscienza che il Comune e la classe dirigente sono dopo e a servizio
dei cittadini e della società e non viceversa.
LA FATICA PER LA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA
POLITICA
Il 27 aprile 1997 i vegliesi hanno scelto l4 rappresentanti per
attuare un programma di vita amministrativa e 7 rappresentanti per
il controllo di essa. Attraverso la forma tradizionale della
rappresentanza: il partito. Questa forma ha sempre meno efficacia
perché i rappresentati sono sempre più complessi e difficili da
rappresentare e perché essi non conferiscono più ai propri delegati
una pienezza di poteri. Tutto ciò può piacere o meno (ritengo che la
forma partito non sia da demonizzare) ma è un fatto che non si può
ignorare. Per amministrare un paese non e più sufficiente - come
accadeva in passato - il consenso raccolto per via elettorale.
Occorre, invece, ottenere il consenso attivo dei cittadini. Quest’ultimo
non si esprime solo attraverso il voto, ma attraverso azioni o
intenzionali astensioni grazie alle quali atti di amministrazione
possono avere successo e ottenere gli effetti sperati.
Anche qui un duplice impegno: quello di un
confronto dovuto con e tra i partiti locali che dal momento in cui
producono l’eletto (o gli eletti) automaticamente affievoliscono o,
in alcuni casi, annullano la presenza del cittadino sulla scena
pubblica fino alla prossima elezione e l’impegno di organizzare,
anche con forme nuove, il consenso attivo che, a differenza del
consenso elettorale e tradizionale, accompagna il farsi quotidiano
della politica.
La fatica per i limiti di una partecipazione attiva
dei cittadini e quella per la crisi della rappresentanza politica
sono più pesanti perché su questi temi il cambiamento è meno
visibile e sembra cadere l’illusione che esso sia dietro l’angolo.
Per tutte tre le fatiche però il sostegno di tanti
e l’incoraggiamento di molti vegliesi leniscono la durezza di questo
tratto di cammino amministrativo. E la strada da percorrere è tanta.
Ma ad andare avanti spingono anche i risultati
legati ad un enorme sforzo soggettivo ed a una straordinaria
concentrazione di volontà di amministratori e di buona parte
dell’apparato comunale.
Antonio Greco
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INSIEME
Editoriale - gennaio 2001
Riprendiamo il dialogo che non avremmo mai voluto
interrompere, convinti della necessità di offrire ai cittadini di
Veglie, attraverso questo foglio, un’analisi dei processi di
trasformazione dell’economia del paese; una riflessione sui
cambiamenti sociali in atto; un momento di discussione sulla
crescita dei bisogni di una comunità post contadina; uno spazio per
la circolazione delle idee attraverso il coinvolgimento dei giovani;
un approfondimento del dibattito in corso sui grandi temi di
carattere nazionale.
È una scelta che muove dalla volontà di non
appiattirsi sulla denuncia di un’attività amministrativa che ci vede
nel ruolo di minoranza. Certo non staremo a guardare come non siamo
stati a guardare dinanzi agli stipendi degli assessori e dinanzi
alla lottizzazione ed alla spartizione dei servizi e degli
incarichi.
Non c’è l’intenzione di delegare il nostro ruolo di
controllori nell’attività amministrativa, anche se tale ruolo viene
sempre più ostacolato. Riteniamo però che sia necessario sostenere
ed affiancare quest’attività ad altre, quali il leggere, il pensare,
il riflettere ed il discutere: queste attività rappresentano un
esercizio necessario alla formazione delle idee, che spesso non ci
sono e vengono surrogate da luoghi comuni, da pregiudizi o
ideologismi, che non favoriscono un confronto sereno delle diverse
posizioni e non aiutano una società a crescere.
C’è una concezione dell’attività amministrativa
come risoluzione dei problemi propri e degli amici che hanno
sostenuto la campagna elettorale, ampiamente diffusa e tacitamente
condivisa. Per quanti la pensano in questo modo l’urgenza di
infrastrutture e di servizi ed il bisogno di strutture scolastiche
efficienti e di garanzie sociali immediate possono attendere.
Prevalgono i rapporti interpersonali. le simpatie, il comparaggio,
come se questi fossero garanzia di dedizione, di competenza e di
efficienza. E cosi scarsa la considerazione che si ha dell’attività
amministrativa che chiunque raccolga voti - a qualsiasi titolo e con
qualsiasi mezzo - è abilitato a gestire il denaro dei contribuenti.
Tuttavia riteniamo che ci sia altro nel paese: i
giovani che studiano, le donne e gli uomini che sì impegnano per la
crescita della loro famiglia e per l’azienda nella quale sono
occupati, gli anziani che rappresentano la memoria storica di una
comunità, i disabili che costituiscono una sfida alla capacità di
integrazione sono tutti poco interessati alle vicende del “Palazzo”
ma desiderosi di essere rappresentati nella paziente tessitura di
una società sempre più complessa.
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CAPACI DI FUTURO - Giugno 2002
Due comitati di cittadini: uno contro il “canalone”
e l’altro contro l’uso privatistico del Palazzetto dello Sport. Un
forte movimento popolare nasce da un insieme di spinte: interessi da
difendere, indignazione politica per amministratori superficiali e
distratti, presa di coscienza che la politica non può essere
lasciata a clan, a cordate, a consorterie, a camerieri che scambiano
il proprio smoking con quello dei grandi attori, a politici da
processo del lunedì.
Ha un futuro questa presa di coscienza popolare?
I movimenti nascono e durano se, oltre agli
interessi, ci sono passione e condivisione di chi li sostiene e ti
rinforza.
Non vogliamo mettere il cappello su movimenti
popolari che oltre alla sinistra vegliese hanno coinvolto altre
forze politiche per fermare le scelte devastanti del centro-destra
di Carlà-Catamo.
Un centro-destra che in 26 mesi di vita
amministrativa non ha completato un’opera pubblica, ha imposto i
parcheggi a pagamento, ha sottratto il Palazzetto dello Sport ai
cittadini, ha tentato di cingere Veglie con una inutile e faraonica
trincea, ha litigato al suo interno, ha cacciato un vicesindaco.
Aveva perso i numeri per poter amministrare ma li ha ricomprati.
Pertanto, per ora, ha i numeri in consiglio comunale ma è minoranza
nel paese.
La sinistra locale è conosciuta: è quella che ha
amministrato il paese per sette anni, è quella della partecipazione
e della circonvallazione, del coinvolgimento nella vita
amministrativa di gruppi e associazioni e del metano, della
progettualità e del recupero del Convento Francescano, è quella che
non ha dimenticato che quando ha vinto nel 1993 è dipeso anche dal
fatto che s’iniziava un viaggio all’insegna di nuove idee e non si
era solo “partiti”. È quella che fa un’opposizione ferma, decisa e
senza compromessi perché ha una visione del modo di amministrare
opposta al centro-destra.
Il centro di questa sinistra è silente, preferisce
non disturbare e non essere disturbato. Non ha nulla da dire a
questo paese.
Eppure mai come ora per Veglie è necessario
prevedere, anticipare, innovare, costruire e praticare concretamente
scenari politici diversi dall’attuale.
A noi interessa tutto questo!
Ci interessa praticare una politica che non ha
perso il gusto di voler rappresentare in primo luogo la parte sana
del paese.
Ci interessa praticare una politica che si riempie
di pezzi di vita normale, ci interessa ascoltare i discorsi che
contengono un po’ di verità e un po’ di umana confusione, ci
interessa sostenere le legittime imprecazioni della gente, che va al
mercato tutti giorni, non ci interessa stare solo a chiedere il
voto. Ci interessa praticare una politica che dia un futuro
sostenibile a questo paese e non guardi ad esso con le lenti delle
scadenze elettorali. Ci interessa praticare una politica che
coinvolga tutti quei vogliosi che, pur per esperienza e pratica
politica la più varia, hanno in testa l’idea che la politica non è
una cosa sporca ma è capace di farti sperare di realizzare cose
impossibili, se si ha un sogno da affidarle.
In sintesi, ci interessa praticare una politica,
che abbia due obiettivi concreti e inscindibili:
governare e dare al paese una “nuova” classe politica.
Antonio Greco
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IL VENTO GIRA - Dicembre 2002
Mentre a livello nazionale la democrazia italiana
fatica a reggere gli urti provocati da un centro-destra che affonda
l’Italia, attraverso lo sfascio della giustizia e della Rai, il
crollo dell'economia, l’aumento della disoccupazione, la “devolution”,
la rabbia degli operai senza lavoro e gli attacchi al Presidente
della Repubblica, a livello locale l’amministrazione Carlà (ormai in
discesa) ha malinconicamente oltrepassato il giro di boa e con 32
mesi alle spalle guarda alla sua fine. CARLÀ COME PODESTÀ
A Veglie è nato un Carla Podestà, che con una
strategia ben orchestrata si è sbarazzato dell’alleato “scomodo”
(Sabato) e tiene al guinzaglio l’altro (Catamo), verbalmente
violento e capace di fare solo opposizione (ma di esso ne farà a
meno quanto prima!).
Con queste epurazioni il disegno politico di Carla
è chiaro: avere una maggioranza di “signorsì” che non disturba il
guidatore.
Questa situazione, prima di essere una questione
politica che interessa gli equilibri interni delle forze che
sostengono Carla, è una questione che deve preoccupare tutti i
cittadini elettori, anche e soprattutto quelli di centro-destra,
perché chi alleva un capo-podestà, a Roma come a Veglie, non solo si
priva di intelligenze ed energie e si sottomette alle ambizioni di
una sola persona, ma distrugge la stessa democrazia.
PARTECIPAZIONE SENZA DECISIONE
Promuovere la partecipazione che contrasta o
incoraggia una decisione non è compito facile perché cozza contro
un’antica abitudine alla delega: il cittadino preso dalle
preoccupazioni personali lascia il bene collettivo nelle mani
altrui, inconsapevole del proprio diritto-dovere di responsabilità
sul destino comune.
D’altra parte, se la partecipazione che non viene
ascoltata ha poco fascino, essere consultati senza poter influire
sulle decisioni finali non incoraggia certo a partecipare.
È quanto è successo a Veglie: con enorme sforzo
sono state promosse due petizioni popolari: una per bloccare il
canalone (un progetto non voluto dalla popolazione), l’altra per far
mettere ordine nella gestione del Palazzetto dello Sport. Si dirà
che mettere una firma non è partecipare. Ma duemila firme esprimono
un’ampia volontà popolare.
Invece con le forme più sottili e burocratiche le
due petizioni sono state aggirate e boicottate dall’attuale
maggioranza.
Questi segnali sono gravi e devono preoccupare
tutti!
Perché quando duemila persone, interessate al modo
con cui gli amministratori esercitano il loro potere devastante sul
territorio, non vengono ascoltate la cosa diventa molto grave;
boicottare la partecipazione e cacciare la volontà dei cittadini
dalla casa comune è come saccheggiare un appartamento alla presenza
del suo proprietario.
UNA POLITICA SENZA PASSIONE
Un’antica saggezza faceva dire che la ragione e la
passione sono, per chi deve affrontare la navigazione, come il
timone e la vela: senza il primo non si governerebbe la direzione,
senza la seconda si rimarrebbe fermi.
La navigazione politica a Veglie è ferma. Ma è
anche senza direzione. L’ambiente politico è bloccato dalle
chiacchiere da bar, dal fare amministrativo ridotto a qualche strada
asfaltata, dalle lamentele qualunquistiche, dai veleni intriganti
che nulla hanno a che fare con la passione politica... Non un
dibattito, non un incontro sui grandi temi, non un obiettivo futuro,
non una sola prospettiva per il domani di tutti.
Si sentono voci di gruppi e personaggi che si preparano alle
prossime votazioni amministrative, ma con il solito metodo;
rafforzare la clientela, accaparrarsi il consenso occupando
mozziconi di partiti e strutture di aggregazione della società
civile, fare alleanze impossibili. Con quale scopo? Rimanere in
sella o disarcionare il podestà e sostituirlo con un altro, diverso
solo per nome e cognome? Invece occorre lasciare spazio a donne e
giovani interessati alle sorti di un paese allo sbando. Se tutte le
forze (debolezze?!) politiche, sociali e religiose del paese, se
lutti i cittadini, di qualsiasi colore politico, si preoccupassero
delle suddette questioni che sono il senso vero da dare all’impegno
politico, forse un vento nuovo potrebbe spazzare via l’afa
dell’attuale palude amministrativa e rinvigorire il futuro della
nostra democrazia locale.
Antonio Greco
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